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FINANZA/ L'intervento di Giuseppe Guzzetti al Congresso dell'Acri

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Giuseppe Guzzetti - Infophoto  Giuseppe Guzzetti - Infophoto

Le Casse di Risparmio, sorte agli inizi dell’Ottocento, erano istituti nei quali convivevano due anime: quella rivolta all’esercizio del credito e quella dedicata a interventi di utilità sociale nei confronti delle comunità di riferimento. Dando attuazione ai principi recati dalla legge “Amato”, esse conferirono l’azienda bancaria a una nuova apposita entità giuridica (Cassa di Risparmio Spa), per assumere la qualificazione di Ente conferente (poi denominato Fondazione) al quale furono assegnate finalità di interesse pubblico e di utilità sociale, che già erano previste negli statuti delle Casse di Risparmio.

Fino al 1994 le Fondazioni ebbero l’obbligo di mantenere il controllo della maggioranza del capitale sociale delle relative Casse, dette anche banche conferitarie. Con l’entrata in vigore della legge n. 474/94 tale obbligo fu eliminato e furono introdotti incentivi fiscali per la dismissione delle partecipazioni detenute (direttiva “Dini” dello stesso anno). Ciò favorì l’avvio di un processo di diversificazione degli assetti societari delle banche partecipate, che consentì di coniugare il raggiungimento di una dimensione adeguata delle società bancarie alle esigenze del mercato con il mantenimento del loro radicamento territoriale.

Posso dire che nel processo di dismissioni le Fondazioni tennero presente - oltre la buona remunerazione del capitale disinvestito, come era giusto per la valorizzazione dei loro patrimoni – anche l’opportunità di cominciare a creare dei “campioni” nazionali in grado di competere su un mercato che si andava sempre più internazionalizzando.

Nel 1998, con l’approvazione della legge “Ciampi” e con il successivo decreto applicativo del ‘99, l’iniziale obbligo di detenere la maggioranza del capitale sociale delle banche conferitarie fu sostituito da un obbligo opposto: la perdita da parte delle Fondazioni del controllo delle società stesse. Unica eccezione le Fondazioni di minor dimensione o con sede in regioni a statuto speciale, che poterono mantenere quote superiori al 50% grazie a una deroga introdotta nel 2003 per favorire il permanere sui territori di banche autonome rispetto ai grandi gruppi creditizi che si andavano formando: ciò in un’ottica di diversificazione della dimensione degli operatori e di servizio legato alla storia e all’economia locali.

 


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