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IL CASO/ 2. E ora tornano a tremare le banche italiane

Le banche italiane, spiega MAURO BOTTARELLI, per alcuni mesi hanno utilizzato le risorse ottenute dalla Bce per acquistare debito pubblico, ma oggi sono in rosso di 48 miliardi di euro

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Come ampiamente preventivato e preventivabile, la Bce ha mantenuto i tassi invariati all’1%: in una fase del genere, il cannone del taglio del benchmark di riferimento è arma strategica da usare in un contesto particolare. Ovvero, se nel mese di giugno il pressing anti-rigorista di Ue, Francia e Bce non riuscirà ad ammansire la linea intransigente della Germania, allora a luglio si taglierà il costo del denaro di un quarto di punto.

Il problema è che, a mio modo di vedere, i due mesi dati da George Soros all’Europa per salvare se stessa e la sua moneta paiono una prospettiva temporale ottimistica. E, di fatto, questa impressione l’ha confermata ieri lo stesso Mario Draghi in conferenza stampa, quando ha ammesso che «la crescita economica dell’area euro rimane debole con un’incertezza aumentata che pesa sulla fiducia» e ha annunciato che almeno fino al 15 gennaio del 2013, la Bce procederà al collocamento di liquidità illimitata alle banche con le aste a breve termine, poiché «il mercato interbancario non sta funzionando». Meglio tardi che mai.

Il problema è che, sempre a mio avviso, la Germania venderà cara la pelle e, piuttosto che giungere a soluzioni di condivisione avversate dai suoi cittadini, potrebbe minacciare l’opt out. La situazione, infatti, è quanto mai irrazionale. L’altra notte Moody’s ha declassato di un gradino sei banche tedesche e una sussidiaria tedesca di un gruppo straniero, mentre ha confermato il rating di un gruppo: tra le banche declassate ci sono le filiali di New York e di Parigi di Commerzbank, la seconda banca della Germania. Inoltre, l’agenzia ha declassato le tre più grandi banche austriache - Erste Bank, Raiffeisen Bank International (Rbi) e Bank Austria, filiale del gruppo italiano Unicredit - a causa della loro esposizione alla crisi finanziaria nei paesi dell’Europa dell’Est. In un comunicato, Moody’s sottolineava che il gruppo Erste Bank è fortemente esposto in Ungheria e Romania, mentre il declassamento di Bank Austria è dovuto alla situazione difficile in cui si trova UniCredit. Tutte cose note da tempo (il mio vecchio articolo allegato come link, lo dimostra): come mai proprio ora il downgrade?

Ma le cattive notizie per Berlino non sono finite: la produzione industriale in Germania è scesa del 2,2% mensile ad aprile, contro un’attesa discesa dell’1,1% e il +2,2% di marzo. La produzione manifatturiera è scesa del 2,4% e quella edilizia del 6%, mentre l’output elettrico avanza del 2,4%. Eppure, ieri mattina la Germania ha collocato titoli a cinque anni per 4 miliardi di euro a nuovi minimi storici, ovvero con un tasso dello 0,41%, rispetto allo 0,56% dell’equivalente asta precedente: l’anno scorso per un’operazione simile, lo Stato tedesco doveva pagare oltre il 2% per finanziarsi sul mercato. Ma come, la Germania è sempre più isolata politicamente, le sue banche vengono declassate, anche la sua economia reale comincia a soffrire, eppure il mondo vuole Bund (oltre a Treasuries e Gilts) a più non posso, quasi a tassi negativi? Eh già, perché altri dati fanno capire che piegare Berlino sarà dura, molto dura. Per tre motivi.