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Economia e Finanza

FINANZA/ Italia in saldo, la nuova sfida dei "poteri forti" a Monti

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Che succede, quindi? Al riguardo appare abbastanza esaustivo il timing con cui sempre martedì in mattinata, Deutsche Bank ha reso nota un’analisi in base alla quale «da luglio a ottobre, l’Esm può prestare soltanto 100 miliardi di euro. Se questa cifra è già stata allocata per la Spagna, non rimane più nulla nella disponibilità del fondo fino a ottobre. Qualsiasi intervento prima di quella data, sarà quindi sotto l’egida dell’Efsf». E quindi, oltre a creare subordinazione e richiesta di collaterale in base alla “negative pledge” già invocata dalla Finlandia nel caso greco, vedrà rinsaldarsi per il “no” il cosiddetto fronte nordico. Anche perché i tempi non paiono rapidissimi, a dispetto della decisione a favore della banche spagnole presa dall’Eurogruppo: realisticamente, prima degli inizi di settembre, l’Esm non sarà in grado di prestare denaro, toccherà ancora all’Efsf.

E questo anche perché la ratifica di Fiscal Compact ed Esm in Italia è stata fatta solo dalla Commissione Esteri del Senato, ma non dai due rami del Parlamento, impegnati come sono nelle loro dispute sul nulla e nella guerra di posizionamento in vista del voto autunnale (Monti a settembre manda tutti a quel Paese, statene certi): pensate che onorevoli e senatori rinunceranno alle loro meritate e agognate vacanze per ratificare i due provvedimenti e, di fatto, sancire la nascita del nuovo Fondo, contestualmente al passaggio parlamentare anche in Bulgaria e Regno Unito? Se anche così fosse, si parla almeno di metà agosto: il che implica che fino a settembre l’Esm non avrà capacità giuridica e finanziaria per operare, quindi se la Spagna riceverà davvero 30 miliardi entro fine luglio, significa che li sborserà l’Efsf, con tutto ciò che ne consegue. E agosto, per stessa ammissione di Mario Monti, sarà un mese di fuoco sui mercati: «L’Italia potrebbe avere bisogno di un sostengo temporaneo con acquisti su mercato secondario e primario di titoli per contenere le fluttuazioni degli spread», le sue parole di martedì all’Ecofin.

Io rispetto e ammiro la serietà con cui i tedeschi guardano e approcciano al loro mandato costituzionale, siccome però i loro tempi appaiono volontariamente più messicani che teutonici, perché non decidono una volta per tutte se tengono più alla loro sovranità o al surplus che l’euro garantisce loro? Sapete com’è, i togati rossi di Karlsruhe sono persone degnissime, ma il fatto che non facciano nascere l’Esm, perché devono strizzare ancora per un po’ i loro cervellini, potrebbe far friggere le terga mie e dei miei connazionali per tutta l’estate sulla griglia bollente dei mercati, quindi Berlino faccia il piacere e decida, subito: dentro o fuori.

Anche Mario Monti pare averlo finalmente capito e sta perdendo la pazienza. Ma come anticipato, Monti non resterà alla guida del Paese ancora per molto: i segnali, d’altro canto, si stanno moltiplicando a vista d’occhio. L’abbandono dell’interim all’Economia e la nomina di Grilli a ministro (la classica mossa della disperazione per cercare di sparigliare le carte), Berlusconi che annuncia la sua ricandidatura a premier, Bersani che alza la voce con i quindici esponenti del suo partito che invocano un’agenda Monti per il futuro governo di centrosinistra del Paese, Squinzi che parla come Landini per non apparire uomo dei salotti buoni, i suoi associati che si dissociano (scusate il gioco di parole) pur rappresentando quanto di più lontano dal libero mercato e il peggio del conflitto d’interessi e del monopolismo. E infine la Camusso, la quale ieri ha lanciato un attacco al primo ministro in grado di svelare quanto sia ampio il fronte conservatore che, alla luce dei privilegi finalmente toccati dalla spending review (strano come molti ammiratori di questa pratica quando era Tony Blair a portarla avanti - con civil servants spostati manu militari da Londra a Manchester o Liverpool, pena la perdita del posto -, ora parlino come delegati di Democrazia Proletaria...), si arrocca e prepara la grande ammucchiata per cacciare il governo tecnico (i cui difetti ho più volte sottolineato) e tornare al vecchio doroteismo all’italiana, benedetto dai poteri forti che puntano a un bello shopping a prezzo di saldo delle nostre aziende migliori, utilities incluse.