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Economia e Finanza

GEOFINANZA/ Una vecchia "crepa" fa tremare l’Europa

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A ben vedere, le facce della crisi sono almeno tre. C’è la Grecia con la sua cronica incapacità a organizzarsi per il bene comune, c’è l’Italia con il suo modello a volte disastrato a volte sorprendente ma quasi sempre incomprensibile all’estero e ci sono Spagna, Irlanda e Portogallo. La fotografia dell’eurocrisi deve partire da questi ultimi. E il motivo è presto detto.

Con il progredire dell’integrazione negli anni ‘90, questi tre paesi hanno cercato di specializzarsi nell’ottica di un’Unione europea a tutti gli effetti. Spagna e Portogallo puntavano su turismo e sviluppo immobiliare e intendevano così attirare sulle proprie coste i ricchi cittadini del nord Europa, più avvantaggiati da quell’economia dei servizi caldeggiata nei trattati Ue. I progetti si erano spinti fino a proporre piani previdenziali transfrontalieri: ai sottoscrittori britannici e scandinavi era concessa la possibilità di ritirarsi in una residenza sul mare al raggiungimento dell’età pensionabile. In alcuni casi al “pacchetto pensione” si aggiungeva la copertura delle spese mediche sostenute presso cliniche iberiche.

Per l’Irlanda, invece, si trattava di far leva sulla propria storia: essere l’unico Paese dell’eurozona di lingua e diritto inglese. Le normative in materia tributaria e finanziaria puntavano a creare un ponte tra Londra e Dublino, facendo di quest’ultima la miglior piattaforma per i capitali che intendevano uscire dalla zona euro e il miglior approdo per quelli che volevano entrarci. I risultati sono stati oggetto di dibattito, sui giornali e sulle scrivanie dei commissari europei: il trattamento tributario garantito a imprese che spesso hanno in Irlanda poco più che il domicilio fiscale, l’opacità di certi titoli negoziabili che sempre in Irlanda sono giunti alla quotazione fin troppo agevolmente.

I danni causati dal fallimento dell’Europa di Maastricht sono sotto gli occhi di tutti, ma la corsa di interi paesi verso la specializzazione solleva anche una questione di carattere generale, una crepa che con ogni probabilità ha segnato l’intero progetto europeo fin da quando l’inchiostro si è asciugato sui trattati. È realistico ipotizzare che sulle coste iberiche siano tutti muratori e infermieri, medici o capi cantiere, mentre una schiera di commercialisti occupa i quattro angoli di Dublino?

Non serve un governo di tecnocrati per affermare che no, non è realistico. Per questo quando si parla di piani di rigore e di crescita, formule anticrisi e modelli a prova di default, il primo aspetto da verificare è che il progetto di vita in comune sia al servizio delle persone. In caso contrario, cioè le persone al servizio di un progetto, i grandi propositi presto o tardi faranno i conti con la realtà. E le guide sulla Grecia resteranno attuali, i modi dei banchieri faranno ancora scandalo, mentre i mestieri e le imprese - per fortuna nostra e dell’Europa - si diffonderanno secondo i talenti delle persone e non i piani dei potenti.

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