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Economia e Finanza

GEOFINANZA/ Una vecchia "crepa" fa tremare l’Europa

La crisi dell’Unione europea, spiega JAMES CHARLES LIVERMORE ha almeno tre facce diverse. È bene averlo presente nel cercare soluzioni per affrontare la situazione

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«La Grecia è il solo esempio conosciuto di un Paese in piena bancarotta dal giorno della nascita [...]: tutti i bilanci, dal primo all’ultimo, sono in deficit». Il virgolettato non è l’estratto di un report targato Fmi, bensì un compendio sulla “Grecia contemporanea”, scritto da Edmond About. Piccolo particolare: l’opera fu data alle stampe nel 1858. Il capitolo VII, Le finanze, riserva altre sorprese: «Le potenze protettrici della Grecia hanno garantito sulla solvibilità affinché potesse negoziare un debito con l’estero. Le risorse così raccolte sono state dilapidate senza alcun frutto per il Paese e, una volta speso il denaro, i garanti, per pura beneficienza, hanno coperto le passività: la Grecia non poteva onorare gli impegni».

Questo ritratto impietoso ci riporta al 2012 e rende necessaria una riflessione sull’eurocrisi: appurato che le cause scatenanti arrivano da oltreoceano, la crisi ha mostrato una serie di differenze e debolezze strutturali che i paesi membri hanno a lungo nascosto sotto il tappeto della moneta unica. Si è così giunti al paradosso per cui l’euro - e il debito pubblico, che di questa valuta è diventato il simbolo - sale sul banco degli imputati per essere la misura più immediata della debolezza europea, mentre sui problemi strutturali e sugli errori commessi a Bruxelles troppo spesso le analisi poggiano su pregiudizi difficili da scalfire.

Primo fra tutti, il credo in un unico modello socioeconomico, quello impostato a Maastricht e sigillato dal Patto di stabilità e crescita del 1997, a cui presto o tardi ogni paese dell’Ue dovrebbe allinearsi, fosse anche al costo di cancellare cultura e tradizioni di una nazione. Eppure la crisi, di debito/Pil e indici vari, sembra infischiarsene, accomunando senza troppe distinzioni Stati che a detta dei trattati sarebbero virtuosi e non.

Prova ne è che la definizione dei paesi in difficoltà non è cosa agevole: si era partiti coi Pigs, acronimo in cui l’arroganza degli analisti finanziari era pari solamente all’ignoranza in materia economica, per poi passare ai Piigs e ancora all’Europa del sud, secondo schemi degni della Guerra dei Trent’anni, fino ad approdare all’attuale etichetta di “paesi periferici”, analisi in cui la Germania ricoprirebbe un inquietante ruolo di nucleo centrale.

La crisi dell’Unione europea mostra quindi di avere volti diversi e se per alcuni paesi le difficoltà sono rimarcate con frequenza quotidiana, per altri una certa approssimazione di giudizio rischia di trasformare vecchie contraddizioni in dissesti imprevedibili (mentre questo pezzo è scritto, oltremanica imperversa lo scandalo del Libor e l’Eliseo “scopre” di dover tagliare la spesa pubblica per almeno 50 miliardi di euro entro fine anno).