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GEOFINANZA/ Il "conto alla rovescia" della crisi

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Di fronte a tali scelte, i processi decisionali sono lenti e difficili. L’individuazione delle soluzioni non può ignorare completamente la ricerca del “consenso popolare”, non può non prevedere livelli seppur minimi di negoziazione e concertazione. A maggior ragione non possono che essere lente e complesse le scelte che interessano profondi cambiamenti istituzionali e chiamano in causa più Stati sovrani. E proprio questo è il tema in discussione, cioè la rinuncia a una quota di sovranità nazionale per costruire un’Europa unita politicamente ed economicamente, oltre che monetariamente.

Su questo i mercati chiedono risposte rapidissime, ma la politica non può essere in grado di darle. Finché tali risposte non arriveranno, continuerà l’agonia degli stati periferici e non ci sarà ripresa. Fino a quando i mercati decideranno di non concedere più ulteriore tempo all’Europa e allora sarà difficile evitarne il crollo.

Da questo punto di vista, la fase 2 della crisi, con l’intervento degli Stati in soccorso delle banche e la trasformazione del debito privato in debito pubblico, ha peggiorato le cose. Sia perché, ovviamente, il fallimento di uno Stato è più grave di quello di una banca, sia perché gli Stati, se attaccati dai mercati, sono più lenti a reagire delle imprese e da questo punto di vista più fragili.

Nello scenario descritto, la notizia nuova è che rispetto al passato il peso dei mercati è aumentato in modo decisivo, conseguenza dell’eccezionale sviluppo della finanza (i soli prodotti derivati hanno una dimensione dieci volte superiore a quella dell’intera produzione di beni e servizi mondiale). La notizia brutta è che il problema descritto pare di difficilissima soluzione. È arduo riuscire a sincronizzare i tempi.

Da un lato, non è facile e nemmeno auspicabile “rallentare i mercati”, cioè sgonfiare la finanza, cercare di tornare ai mercati finanziari del passato: piccoli, su base nazionale (autarchia finanziaria) e inefficienti. La “repressione finanziaria” non ha mai portato a esiti felici. Certo, occorre aumentare i livelli di regolamentazione finanziaria, ma come si fa a operare per rendere il sistema finanziario più lento e meno efficiente? D’altra parte, non si può nemmeno “accelerare la politica”. Non lo si può fare rinunciando ai processi decisionali democratici, né adottando scelte complesse che coinvolgono il futuro delle nostre società n modo impulsivo, senza adeguata ponderazione e senza confronto dialettico tra le parti.

Rendere più efficiente la politica, così come regolamentare la finanza, ridurrà i divari temporali, ma basterà a risolvere un problema che è di natura strutturale e riguarda i diversi naturali orizzonti temporali con cui operano soggetti così diversi? E nell’impossibilità di conciliare i diversi tempi decisionali, saremo costretti a scegliere tra la rinuncia alla sovranità nazionale democratica oppure a un moderno ed efficiente mercato finanziario?

Una sfida formidabile, dunque. Che richiede, accanto a una rinnovata passione per il bene comune e le sorti della nostra società, anche potenza di pensiero e innovatività di soluzioni.



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