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TITOLI DI STATO/ Se gli investitori stranieri fuggono, proviamo a diventare giapponesi

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TITOLI DI STATO ITALIANI, LA "FUGA" DEGLI INVESTITORI STRANIERI Con l’inasprirsi dello spread di uno Stato aumentano i rendimenti dei suoi titoli, ma, contestualmente, pure il rischio di insolvenza. Quando il differenziale con i Bund tedeschi, assunti normalmente come termine di paragone, supera una certa soglia, l’equilibrio si spezza. E gli investitori iniziano a temere che il gioco non valga la candela. E’ quello che è accaduto in Italia. I tassi al 6% dei nostri bond, determinati da spread che veleggiavano tra i 450 e gli oltre 500 punti base, non sono stati sufficienti per fermare la fuga di capitali stranieri dall’Italia. Secondo l’agenzia di rating Fitch, la quota del debito pubblico in mano straniera è passata dagli 829 miliardi di euro del 2011 ai 684 miliardi di marzo 2012; si è passati, quindi, dal 44% al 32% di esposizione del nostro debito pubblico all’estero. IlSussidiario.net ha chiesto a James Charles Livermore, esperto di trading e finanza strutturata, quali saranno le conseguenze di un simile andamento. «La notizia - spiega - rileva un fenomeno che in termini quantitativi non è così drammatico come potrebbe sembrare. La sostenibilità dal debito pubblico non è necessariamente legata al suo rifinanziamento da parte di investitori esteri. Il Giappone è lì a dimostrarlo. La sua esposizione all’estero è pari a solo il 15% del suo debito pubblico, mentre il rapporto debito/ Pil viaggia al 239%». Di per sé, quindi, si potrebbero determinare alcuni benefici: «Non potendo fare ricorso agli investitori stranieri, la spesa pubblica dovrà necessariamente tenere in debita considerazione il fatto che i potenziali acquirenti di titoli restano interni ai confini nazionali; d’altro canto, il processo responsabilizzerebbe i contribuenti che, a fronte dei disservizi o della carenza di infrastrutture, sarebbero maggiormente consapevoli del fatto che dispongono della passività dello Stato; tutto ciò, infine, renderebbe i mercati meno volatili».

Quanto detto non è impresa semplice. Ovviamente, infatti, è necessario che i capitali esteri che hanno abbandonato l’Italia siano compensati dalla domanda interna. «Attualmente - continua Livermore - la domanda non è incentivata perché le banche, che storicamente rappresentano il veicolo tra risparmio e debito pubblico (i titoli vengono acquisiti dalle banche e passati ai risparmiatori), non hanno alcun interesse a espandere il collegamento. Perché l’ambiente normativo  di Basilea le penalizzerebbe notevolmente». In particolare, «il problema si verificherebbe se la sottoscrizione di titoli entro i confini del mercato interno assumesse dimensioni di ampia scala. Le banche, a quel punto, si dovrebbe assumere un rischio di intermediazione in grado di pesare parecchio sui propri bilanci. Potrebbero, infatti, restare con dei titoli in portafoglio senza essere in grado di ridistribuirli tra i risparmiatori». Non solo: «Oggi, le banche, attraverso i risparmi dei propri clienti - il cui rendimento è pressoché pari a zero - si finanziano con una serie di attività che, nel rispetto delle regole, tendono a ottenere il maggiore profitto. Se di colpo tale liquidità fosse trasferita direttamente sui titoli di stato ci sarebbe un grosso impatto sulle capacità di finanziamento degli istituti di credito». Anche in tal caso, tuttavia, non sarebbero esclusi benefici: «E’ pur vero che, se la domanda interna di bond aumentasse, i loro tassi diminuirebbero; a quel punto, anche i tassi di rendimento dei titoli bancari calerebbero. Gli istituti di credito, infatti, potrebbero offrire interessi minori, ma pur sempre concorrenziali con quelli dello Stato».



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