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SPENDING REVIEW/ E quell'attacco alla sussidiarietà...

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Enrico Bondi e Mario Monti (Infophoto)  Enrico Bondi e Mario Monti (Infophoto)

Il doveroso sforzo del Governo di mettere un freno al debito pubblico e di eliminare sprechi e spesa pubblica improduttiva trova nella sua applicazione una continua ripetizione di superficialità e sottovalutazione che, a forza di ripetersi, fanno orma crescere l’impressione che in verità si tratti di un disegno. Il Governo continua ostinatamente a non considerare l’economia sociale, il non profit e le formazioni sociali come partner e potenziali alleati in un disegno di riordino degli assetti economici e istituzionali del Paese.

Azioni che ovviamente in tempi di crisi non si possono più sostenere e quindi, via con i tagli e le soppressioni, senza considerare che in realtà dall’economia sociale, dal terzo settore produttivo, dal volontariato, dall’associazionismo, dalla cooperazione sociale potrebbero arrivare risorse e idee di politica che potrebbero generare non solo risparmi ma anche volani di esternalità positive utili, anzi indispensabili, per garantire la coesione sociale senza la quale, fra poco, potremmo avere le condizioni tecniche e teoriche per ottenere il pareggio di bilancio, ma avremo il Paese reale in ginocchio incapace di riprendersi.

L’ultimo attacco in ordine di tempo arriva dalla spending review in particolare riferendosi ai commi 6/7/8 dell’articolo 4 del D.l. n. 95 del 2012 - Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini - pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 6 luglio scorso. Il provvedimento nei fatti contiene un durissimo colpo a ogni applicazione concreta del principio di sussidiarietà orizzontale e verticale. Il comma 6 stabilisce che “a decorrere dal 1° gennaio 2013 le pubbliche amministrazioni possono acquisire a titolo oneroso servizi di qualsiasi tipo, anche in base a convenzioni, da enti di diritto privato esclusivamente in base a procedure previste dalla normativa nazionale in conformità con la disciplina comunitaria”.

Il riferimento “a procedure previste dalla normativa nazionale in conformità con la disciplina comunitaria” in primo luogo non tiene conto della normativa regionale. Inoltre, introduce una rigidità procedurale che potrebbe rischiare di aggravare i costi della Pubblica amministrazione o in ogni caso rendere molto complicata la collaborazione tra amministrazioni e realtà del terzo settore. In un certo modo a fronte della difficoltà di evitare distorsioni e abusi, non si agisce per migliorare i comportamenti ma si blocca il sistema. Sarebbe come se per evitare che gli automobilisti attraversino col semaforo rosso, si installasse a ogni incrocio un passaggio a livello con le sbarre!

Queste norme rischiano, in particolare, nel settore dell’assistenza, dei servizi sociali, della cultura, della tutela dei beni ambientali e del patrimonio artistico del Paese, della formazione, di ostacolare le modalità di risposta sussidiarie, di burocratizzare i rapporti e di diminuire i livelli di accessibilità dei servizi per i cittadini, con un potenziale aggravio dei costi oppure una sostanziale soppressione di opportunità e di tutele.

Senza trascurare poi che anche in termini di applicazione del principio costituzionale di sussidiarietà, come previsto dal Titolo V della Costituzione (in particolare l’art. 117), viene incomprensibilmente esclusa tutta la vasta produzione normativa che regola il settore sulla base di una competenza concorrente o addirittura esclusiva.



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