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VITTADINI/ 4. Quel pendolo tra Politica e Banca

Pubblicazione:lunedì 23 luglio 2012 - Ultimo aggiornamento:lunedì 23 luglio 2012, 8.35

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È una posizione, infine, quella di Vittadini, che dal Meeting di Rimini del 2010 dialoga con l’attuale presidente della Bce, Mario Draghi, che sabato su Le Monde (non sul Financial Times) ha riconosciuto: lo scandalo del Libor ha definitivamente scoperchiato tutti i problemi di “governance” dei mercati finanziari, tutte le loro incapacità - almeno correnti - di autoregolarsi.

Anche Alesina e Giavazzi ripropongono con molta coerenza il loro punto di vista. “Per risanare il sistema finanziario bisogna separare le banche dalla politica, riducendo il potere dei politici e l’influenza dei banchieri sui governi”. È l’esatto contrario della posizione di Vittadini: la crisi - fin dall’inizio giudicata una “incidente di percorso” o una “malattia della crescita” - non può risolversi con il “ritorno della politica”, anzi questo è l’unico vero rischio mortale. La soluzione sta invece nel compiere completamente il cammino del “Washington consensus”, quello che ha portato alla privatizzazione integrale dell’economia, comprese moneta, credito e regole.

Come “tempo zero” della grande crisi bancaria i due economisti citano in ogni caso una cassa di risparmio tedesca: la Ikb di Dusseldorf (per la verità gli annali delle cronache continuano a parlare della britannica Northern Rock). Il problema era che quella banca “concedeva prestiti a condizioni non di mercato alle imprese amiche dei politici suoi azionisti e per far tornare i conti acquistava mutui immobiliari apparentemente molto redditizi in Florida e Nevada”. È vero, ma la storia può essere raccontata in modo diverso. Le banche d’affari dell’oligopolio globale hanno bussato alla piccola Ikb, hanno offerto loro derivati di mutui subprime Usa e hanno facilmente convinto i “politici”: perché continuavano a erogare piccoli prestiti alle piccole imprese della Renania? Investire in obbligazioni collateralizzate era più semplice, più redditizio e sul rischio garantivano le agenzie di rating.

Ancora: nel 2012 anche Alesina e Giavazzi ammettono che sullo scandalo Libor c’è stato un problema di “indipendenza della Banca d’Inghilterra”; che la severa riforma Volcker negli Usa continua a essere lettera morta per “l’influenza che Wall Street continua a esercitare su Washington”. Però un po’ più di coraggio - da chi è di casa sulla East Cost americana - non guasterebbe: dov’è finito Dick “Pugnale” Fuld, il bancarottiere di Lehman Brothers nel 2008? Diciamolo: non ha fatto un giorno di galera, è stato interrogato un paio di volte da un attorney di South Manhattan, ma non è mai finito sotto processo e chissà mai se sarà giudicato dai classici “dodici giurati” dei court-movie. Meno di due anni dopo il crac da 763 miliardi di dollari, l’ex Ceo di Lehman aveva perfino ottenuto una regolare autorizzazione dalla Financial Industry Regulatory Authority per aprire una piccola finanziaria a New York: la Legend Securities (i soci hanno però capito in fretta che era un partner non più presentabile).

Per Alesina e Giavazzi, d’altronde, la riforma Dodd-Franck (l’unico tentativo di Barack Obama per rimettere ordine nel Far west di Wall Street, costato al bilancio federale centinaia di miliardi dollari e la perdita della tripla A) si presenta tuttora “un complicatissimo pasticcio entro i cui meandri certe pratiche oscure potrebbero continuare”. Ottant’anni fa l’America di Roosevelt mostrò di avere idee più chiare, più “coraggiose”: dopo il great crash del ‘29 il semplice buon senso suggerì di separare le attività di banca commerciale (quelle che fanno credito alle imprese e finanziano Pil e occupazione) da quelle di finanza di Borsa, che strutturalmente tendono a moltiplicare i rischi, generando instabilità e “bolle”.


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