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Economia e Finanza

FINANZA/ Il "messaggio in codice" di Moody's alla Germania

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Il costo delle riforme non deve essere eccessivo, perché altrimenti in una democrazia questo porterebbe gli elettori a ribellarsi e a votare contro. Ciò non significa che i tedeschi debbano pagare per i nostri sussidi, ma se loro vogliono che questo percorso sia sostenibile devono permettere un minore aggravio dei tassi d’interesse a breve termine, che poi si sarà compensato da una maggiore crescita a lungo termine. Non sarebbe quindi un regalo della Germania all’Italia.

Sarebbe piuttosto un investimento sul futuro?

Esattamente. Per fare un’analogia, è come una banca che ha tra i suoi clienti un’impresa che sta realizzando una ristrutturazione. Può decidere di continuare a prestare in quanto è convinta che l’azienda grazie al piano d’interventi sarà poi in grado di restituire il debito pregresso e il nuovo prestito, oppure può semplicemente decidere di “chiudere i rubinetti”. Nel secondo caso l’istituto di credito perderebbe tutto che ha investito nell’impresa debitrice fino a quel momento. Se il percorso di riforme messo in atto da un Paese è credibile, allora è razionale che l’Unione europea lo aiuti a portarlo a termine.

Ritiene che la Bce si trovi di fronte a una svolta sul modello della Fed, attraverso l’utilizzo di politiche di quantitative easing?

Tecnicamente la Bce non può attuare politiche di quantitative easing, perché è vietato dai trattati. D’altra parte il primo mandato della Bce è quello di preservare la stabilità della zona dell’euro. Qualora quest’ultima fosse seriamente minacciata, la Banca centrale europea avrebbe la possibilità di compiere azioni “borderline” come il quantitative easing.

Secondo lei c’è la volontà politica per farlo?