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BORSE IN FESTA/ Il ribaltone di Draghi

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Mario Draghi (Infophoto)  Mario Draghi (Infophoto)

Per ottenere questo risultato Draghi ha in mano tre armi. La prima, quella più tecnica, passa dall’imposizione di interessi negativi sui depositi presso la Bce. Se le banche della Grande Germania si trovassero con un tasso di deposito alla Bce di fatto negativo, potrebbero provare a comprare altri titoli tedeschi, accentuando la tendenza ai tassi sotto zero. Ma una politica del genere, a lungo andare non regge: o si presta denaro con un interesse o, prima o poi, si fallisce.

Perciò, come ha notato l’economista Daniel Gros, “presto o tardi, le banche del Nord Europa dovranno ricominciare a prestare alla periferia e a investire nel resto del mondo, altrimenti falliranno”. Sempre Gros fa notare che un tasso di deposito negativo potrebbe avere due effetti positivi: un deprezzamento dell’euro (il che sarebbe benefico per i paesi alla periferia dell’euro); in secondo luogo, ridurrebbe l’accumulo di saldi positivi all’interno del sistema Target della Bundesbank, “che sta avvelenando l’atmosfera politica tedesca”.

La seconda arma passa per l’intesa con la Federal Reserve. Prima della riunione di giovedì della Bce, si terrà il vertice della Fed da cui arriverà senz’altro la conferma dei tassi zero fino a fine 2014. Ma la riunione potrebbe riservare altre novità sul fronte delle misure espansive, in attesa che Ben Bernanke, di fronte alla gravità dei problemi europei e al rallentamento dell’economia Usa, spari l’arma suprema a metà mese, al vertice di Jackson Hole: l’annuncio che la Fed d’ora in poi perseguirà l’obiettivo della crescita a tassi nominali. In parole povere l’espansione per l’espansione senza curarsi degli effetti inflazionistici perché, al di qua o al di là dell’Atlantico, il rischio è quello di una spirale recessiva che avviti in depressione. Anche a Washington come a Francoforte, insomma, il problema è di mettere a disposizione dei mercati una rete protettiva che convinca anche i più prudenti a entrare in azione.

La scommessa è ambiziosa, con evidenti risvolti politici. Ed è qui che si trova la terza arma. Sia Draghi che Bernanke hanno ripetuto in questi mesi che la soluzione dei problemi non tocca ai banchieri, ma ai politici. In parte mentivano sapendo di mentire. I banchieri centrali, nei momenti più gravi, possono imporre alla politica un cambio di passo. È successo, in chiave italiana, un anno fa, quando l’ingresso in scena della Bce sul fronte degli acquisti dei Btp provocò la frana degli equilibri politici in Italia. La storia rischia di ripetersi a parti rovesciate: stavolta sono i “falchi” d’Europa (e i Repubblicani Usa) a dover subire la lezione dei due banchieri che attendono un aiuto da parte di Pechino. Dai Draghi al Drago il passo può esser breve.



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COMMENTI
27/07/2012 - Draghi non é un servente dell'Italia (Moeller Martin)

Mi sono sempre chiesto perché in Italia politici ed oppinionisti danno per scontato che Draghi sia un loro servente, la cui massima aspirazione é quella di danneggiare i sistemi socio/economici funzionanti del Nord Europa a favore di un'area Mediterranea piena di problemi. Farebbero invece bene a ricordare che la BCE ha uno statuto e che opera secondo lo schema mutuato dalla tradizione europea delle banche centrali, Banca d'Italia compresa. Questo modello stabilisce che la banca centrale é indipendente dalla politica e che si occupa ESCLUSIVAMENTE della moneta, ovvero cambio, inflazioe e massa circolante. NON si occupa dei problemi della società che sono compito della politica, compresa la crescita ecconomica, il volume e la gestione del deficit e della crescita sociale del paese. Qualsiasi ipotesi di modifica dello statuto della BCE é pura fantasia ed é grave se é il nostro governo a perdersi dietro a questi progetti, in quanto il fallimento é scontato e saremo poi noi a doverne pagare le conseguenze.

 
27/07/2012 - Se € si salva per Italia sono guai (Carlo Cerofolini)

Dopo l'intervento di Draghi lo spread veleggia ancora sui 450 punti (ancora troppo) e le borse italiane hanno recuperato un'inezia rispetto a quanto hanno perso in precedenza e così aziende e banche sono sempre super scalabili ostilmente con poca spesa e nel frattempo anche le nostre Pmi sono sempre più in sofferenza e quindi siamo a rischio desertificazione produttiva a causa di mancanza di liquidità e di pagamenti (100 miliardi circa)da parte delle pubbliche amm.ni. Ciò detto quindi se l'euro non implode per l'Italia non è una buona notizia visto che questa situazione difficilmente cambierà significativamente, poiché siamo imbrigliati da diktat Ue - fiscal compact compreso - che ci stritoleranno sempre più per i decenni a venire, il che ci impedirà qualsiasi crescita condannandoci ad un triste futuro. Se invece smettessimo di fare i "compiti a casa" cari a Monti e alla Merkel, e - come "suggeriscono" studi fatti da Merryl Linch, oltre che da Der Spiegel: costringessimo prima la Germania finanziarci minacciandola di uscire dall'euro, poiché ha tutto da rimetterci dalla nostra uscita e poi uscissimo di nostra sponte dall'euro entro l'autunno metteremmo a segno un colpo da maestro e ci libereremmo di tutti i diktat Ue per noi esiziali e la nostra economia rifiorirebbe alla grande. Vasto programma temo, perchè per fare grandi cose occorrono grandi uomini, che abbiano una visione, "merce" di cui in Italia drammaticamente scarseggiamo.