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GEOFINANZA/ Huerta de Soto: così l’euro può risolvere la crisi

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E, anche se sarebbe stato preferibile che fosse stata intrapresa molto prima, la ristrutturazione “de facto” del debito greco, che ha ottenuto una riduzione (“hair cut”) vicina al 75% da parte degli investitori privati che hanno erroneamente scommesso sul suo debito, ha mandato un segnale ineludibile ai mercati che non lascia altra via d’uscita al resto degli stati in difficoltà se non quella di intraprendere con rigore, energia e senza ritardi le riforme necessarie. E anche stati come la Francia, fino a oggi apparentemente intoccabili e adagiati sugli allori di un ipertrofico Stato del Benessere, si sono visti tagliare la massima classificazione creditizia del proprio debito, hanno visto incrementare il differenziale (spread) con il Bund tedesco e sono stati costretti a intraprendere riforme di austerità e liberalizzazione per non mettere in pericolo la loro fino ad oggi indiscutibile appartenenza allo “zoccolo duro” dell’Eurozona.

Dal punto di vista politico è assolutamente evidente la leadership tedesca (e in particolar modo del suo cancelliere, Angela Merkel) che sta stimolando tutto questo processo di risanamento e austerità (e che si oppone a ogni genere di proposte insensate che, come l’emissione di “Eurobond”, eliminerebbero gli incentivi che al momento hanno i diversi paesi per agire con rigore). Tra l’altro, spesso in questa battaglia la Germania si è ritrovata sola contro tutto e tutti: non solo per le costanti pressioni politiche internazionali di incentivazioni fiscali, specialmente da parte dell’Amministrazione americana di Barack Obama, che utilizza la “crisi dell’euro” come fumo negli occhi per nascondere il fallimento delle proprie politiche, ma anche per l’incomprensione e il rifiuto da parte di tutti coloro che desiderano rimanere nell’euro solamente per ciò che gli fa comodo, e allo stesso tempo si ribellano con violenza contro l’amara disciplina che la moneta unica europea impone a noi tutti e, specialmente, ai politici più demagoghi e ai gruppi di interesse privilegiati più irresponsabili.

In ogni caso, e come esempio che comprensibilmente fa disperare keynesiani e monetaristi, è necessario sottolineare il risultato decisamente diverso che finora hanno avuto le politiche nordamericane di incentivi fiscali e “quantitative easing” monetario se paragonato con quello delle politiche di offerta e relativa austerità fiscale tedesche all’interno della cornice monetaria dell’euro (dati al 31 dicembre 2011): deficit pubblico, in Germania 1%, negli Stati Uniti superiore all’8,20%; disoccupazione, in Germania 6,9%, negli Stati Uniti vicina al 9%; inflazione, in Germania 2,5%, negli Stati Uniti superiore al 3,17%; crescita, in Germania 3%, negli Stati Uniti 1,7% (i parametri dell’Inghilterra, dal canto loro, non sono altro che un calco aggravato di quelli statunitensi). Lo scontro di paradigmi e la differenza di risultati non possono essere più evidenti di così.


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