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SPENDING REVIEW/ Ecco perché i tagli del governo non bastano

Pubblicazione:mercoledì 4 luglio 2012 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 4 luglio 2012, 10.02

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Non basta tagliare le spese pubbliche con bassa utilità per la collettività. Occorre migliorare la qualità della spesa sia complessivamente, sia nei singoli comparti. Il primo passo consiste in un migliore equilibrio tra spese pubbliche di parte corrente per consumi collettivi e spesa pubblica in conto capitale tale da attivare, in fase di cantiere, capacità produttiva non utilizzata (un tasso di disoccupazione al 10% delle forze lavoro indica che in Italia ce n’è, purtroppo, a iosa) e di aumentare la capacità produttiva multifattoriale grazie al miglioramento del capitale fisso sociale.

L’emergenza è duplice: da un lato, l’investimento pubblico in percentuale del Pil è giunto all’1,2% (rispetto a una media europea attorno al 2,5%), da un altro è dagli anni Ottanta che non si aggiornano parametri di valutazione e criteri di scelta per le spese pubbliche. In breve, da recenti studi della Banca d’Italia e da un documento di Osservazioni e Proposte del Cnel, emergono questi temi:

1- Le politiche e gli investimenti privati (sempre più chiamati a partecipare al finanziamento di infrastrutture) devono remunerare gli investitori a un tasso che non sia inferiore al costo opportunità del capitale. Quali misure adottare quando una politica o un investimento ha un valore economico per la collettività nel lungo periodo (una gamma di investimenti che va dalla tutela del patrimonio artistico e paesaggistico alla televisione digitale terrestre), ma potrebbe avere risultati insoddisfacenti nel breve periodo? In passato, il divario veniva colmato da varie forme di aiuto di Stato - oggi non più contemplabili a ragione non solo della normativa Ue, ma anche dei vincoli di bilancio. Occorre, quindi, pensare di colmare il divario con la regolazione, nazionale o europea? I grandi investimenti europei - ad esempio le reti transeuropee - non dovrebbero essere il grimaldello per una regolazione europea? Specialmente una “regolazione” che dia certezze di stabilità e di non essere frequentemente mutata sotto la spinta di interessi particolaristici pure di breve periodo.

2 - Le politiche e le spese pubbliche pure di parte corrente (a supporto del miglioramento della qualità della vita) avranno effetti anche sulle generazioni future, che in molti casi ne saranno le principali beneficiarie. Ciò solleva due ordini di interrogativi. In primo luogo, secondo Ocse e Banca mondiale, il tasso di attualizzazione utilizzato per valutare l’investimento pubblico in molti Paesi Ue (a lungo la Francia è stata un’eccezione) e dalla Commissione europea riflette il vincolo di bilancio pubblico e misura il declino del valore sociale delle risorse pubbliche liberamente utilizzabili. Non è il caso di seguire invece la più antica proposta di scegliere un tasso di attualizzazione che rispecchi il tasso d’interesse sui consumi. Secondo stime disponibili (anche da me effettuate), il primo approccio comporta un tasso di attualizzazione sull’8%, il secondo sul 2,5%; il primo non “cattura” quindi costi e benefici alla collettività nel lungo periodo. Né l’uno, né l’altro, poi, “catturano” costi e benefici alle generazioni future: due scuole si confrontano su “come farlo”, ambedue sono cariche di implicazioni di politica pubblica. Non è il caso di promuovere un’intesa a livello europeo?


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