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S&P’s/ Un’agenzia di rating Ue è la prima mossa contro le “tre sorelle”

Pubblicazione:giovedì 5 luglio 2012

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L’agenzia di rating Standard&Poor’s occupa ancora le pagine dei giornali. Questa volta non per downgrade a banche o al debito sovrano di alcuni paesi. Quando ha rivolto il suo “mirino” togliendo la tripla A agli Stati Uniti avrebbe infatti commesso degli errori di valutazione, mentre quando ha portato le sue attenzioni verso l’Italia l’avrebbe fatto senza utilizzare un adeguato numero di analisti senior. E mentre la Procura di Trani prosegue con la sua inchiesta, S&P’s, insieme a Moody’s e Fitch, è finita sotto indagine dell’European Securities and Market Authority (Esma), l’autorità paneuropea di vigilanza sui mercati. «Il caso, anzi, i casi S&P’s - ci spiega Antonio Quaglio, senior editor de Il Sole 24 Ore - suscitano in modo esemplare interrogativi “strutturali” sulle origini, sulla deflagrazione e ora anche sulla gestione successiva della crisi finanziaria. Le dimissioni dei vertici di Barclays - dopo lo scandalo della manipolazione dei tassi Libor sui mercati - sono degli ultimi giorni: e non è possibile dimenticare che proprio Barclays, quasi quattro anni fa, rilevò le attività di Lehman Brothers in liquidazione dopo il crac. Le grandi agenzie di rating - tra le quali S&P’s spicca assieme a Moody’s - avevano modificato i rating Lehman (che si collocavano su valutazioni elevate) appena una settimana prima del dissesto».

 

Una lezione che non sembra essere servita.

 

Da allora i comportamenti delle agenzie non sono migliorati, anzi: da un lato sono stati catturate dalla “spirale del senso di colpa” e hanno via via teso ad accentuare lo zelo nella severità dei giudizi, quasi sicuramente contribuendo ad alimentare le turbolenze speculative. Dall’altro lato, resta il sospetto che si siano accentuati anche comportamenti meno trasparenti, legati alla pressione esercitata dalla crisi sulle grandi banche d’affari dell’oligopolio finanziario globale, strette “controparti” delle agenzie di rating. Ma qui - a parte le evidenze registrare dai magistrati italiani - in fondo periferici sui mercati - mancano (ancora) le prove e controprove. Certamente nulla hanno fatto le autorità statunitensi: il Ceo di JPMorganChase - sostenuta da aiuti pubblici nel 2008-2009 - se l’è cavata con risposte sbrigative davanti a una semplice commissione parlamentare per l’ennesimo “buco” da almeno due miliardi di dollari in derivati registrato dalla sede di Londra per attività “d’azzardo” su derivati.

 

A questo punto ci si può affidare ancora delle agenzie di rating?

 

I dubbi sull’effettiva affidabilità tecnica delle agenzie di rating non datano da oggi. E il tema è ancora una volta strutturale. Le agenzie di rating hanno sostituito - nell’architettura funzionale della finanza di mercato - le “vecchie” banche centrali o le authority di Borsa. In breve: un mercato finanziario che si è via via de-bancarizzato e globalizzato ha preteso di autoregolarsi con una vigilanza affidata a soggetti “di mercato” come le agenzie di rating. Se badiamo ai manuali, la transizione non fa una grinza: sul mercato il rating è un servizio che viene venduto a un prezzo; e il servizio viene fornito da imprese private in concorrenza fra di loro. In pratica S&P’s, Moody’s e Fitch formano un ristrettissimo oligopolio (strettamente anglosassone) dalla proprietà opaca e - come hanno dimostrato anche le indagini italiane - dalla professionalità discutibile. Per non parlare del (possibile) resto: se, quando e come i conflitti d’interesse potenziali e i comportamenti anomali si sono concretizzati.

 

Fa specie pensare che una decisione così importante come quella di un “voto” su un Paese possa essere stata presa da chi riteneva di non avere personale adeguato per compiere delle analisi.


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