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FINANZA/ 1. Bertone: così la speculazione "fantasma" mette in ginocchio l’Italia

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Mario Draghi (Infophoto)  Mario Draghi (Infophoto)

Benvenuti al cinema della Grande Crisi. Da ieri, come previsto, è in programmazione “Recessione 2, minaccia finale” in tutte le sale d’Europa, Regno Unito compreso, più quelle della Grande Cina. Manca all’appello quello che resta il palcoscenico più importante, cioè gli Usa. Ma non temete: presto Ben Bernanke entrerà in azione, nonostante le resistenze dei Repubblicani consapevoli che, nel 2008, la recessione costò loro la Casa bianca.

I tagli della Bce, in contemporanea con gli interventi della Bank of England e della People Bank of China sono stati, agli occhi dei mercati, la conferma che la situazione dell’economia globale è brutta proprio come sembra. Come nel 2008/09, quando la crisi di Lehman Brothers si rivelò una mina ben più grave di quanto previsto dalle autorità Usa. Forse anche di più perché, come dimostra l’aumento dello spread dei titoli italiani e spagnoli, schizzato dopo gli annunci oltre quota 450 (e verso l’abisso dei 600 punti base per la Spagna), la grande finanza non crede affatto che la cooperazione internazionale, soprattutto a livello Ue, stia procedendo nella direzione e con la velocità necessaria.

Certo, come sempre, qualche motivo di consolazione c’è. Tanto per cominciare, vale il detto “mal comune mezzo gaudio”. A differenza di quel che succedeva anche solo un mese fa, come ha sottolineato Mario Draghi, il problema ha investito nello stesso modo tutti, sia l’Europa del sud che la Germania, che scopre di non essere immune dal contagio. Anche se cresce il differenziale tra Btp e Bund, Berlino non ha motivi per sorridere: il crollo della domanda dei clienti del made in Germany, comprese Audi e Mercedes, sta facendo precipitare la redditività della pur efficientissima locomotiva tedesca che non può più contare sullo sbocco in Cina.

È una novità di non poco conto, che ha convinto la Bundesbank ad aderire non solo al taglio dei tassi ai minimi di sempre, ma anche all’azzeramento degli interessi per i depositi presso la Bce, finora pari allo 0,25%. È passato poco più di un anno da quando la Siemens, una volta ottenuto lo status di banca (al pari di Volkswagen e altri colossi tedeschi) ha prelevato tutti i fondi dalle banche straniere (in quel caso la francese Société Générale) per parcheggiarli a Francoforte. Fu l’inizio della grande ritirata che ha poi investito in pieno le banche italiane e i Btp, oltre che prosciugare, di riflesso, le riserve necessarie per gli impieghi.

Oggi, dopo che il terremoto iniziato ad Atene sta provocando i suoi effetti anche presso i clienti più recenti ed entusiasti del made in Germany (vedi la Cina, dove non si contano gli industrialotti che devono fare economie, a partire dall’auto di lusso), i big di oltre Reno prendono atto che non basta produrre belle macchine. O investire in casa propria per creare macchine ancora più belle e più redditizie per le imprese. Prima o poi, infatti, occorre venderle. Per il bene di tutti, insomma, sarebbe necessario rimettere in circolo la liquidità ora parcheggiata nelle casse di Francoforte. Di qui la decisione di non pagare alcun interesse, per stimolare gli impieghi in attività produttive riavviando un ciclo virtuoso di investimenti.



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