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DRAGHI-DAY/ Parte il conto alla rovescia per l'euro

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Nel suo ultimo commento sul New York Times, Paul Krugman mette a confronto la Spagna e la Florida. Entrambe hanno avuto una bolla immobiliare seguita da drammatici crac. “Ma la Spagna è in crisi e la Florida no, perché?”, scrive il premio Nobel per l’economia. La spiegazione è semplice: “La Florida può comunque contare su Washington per continuare a pagare la sicurezza sociale e le cure mediche, per garantire la solvibilità delle sue banche, provvedere ad aiuti d’emergenza per i disoccupati, eccetera. La Spagna non ha una tale rete di sicurezza”. Dunque, la soluzione sarebbe la creazione degli Stati Uniti d’Europa, ma ammesso che ci si arrivi, non è per l’indomani.

Allora come si può salvare l’euro? si chiede Krugman. Per capirlo bisogna fare un passo indietro e chiedersi come mai la moneta unica, questo “calabrone che non doveva volare”, come lo ha chiamato recentemente Draghi, ha avuto otto anni di successi. Le sue debolezze endemiche, secondo l’economista americano, sono state mascherate dal boom nell’Europa del sud: “La creazione dell’euro ha convinto gli investitori che era sicuro prestare denaro a paesi come la Grecia e la Spagna…. Per un po’, tutti sono stati felici. La bolla delle case ha fatto crescere l’occupazione nelle costruzioni mentre l’industria manifatturiera diventava sempre meno competitiva. Nel frattempo la Germania, la cui economia languiva, ha tratto beneficio dal rapido aumento delle esportazioni verso le economie gonfiate del sud. Finché la bolla non è scoppiata”. Le misure di austerità prese per cercare di placare i mercati finanziari, hanno aggravato la recessione. Ed ecco che l’euro non funziona più.

L’analisi di Krugman è semplificatrice e non si adatta all’Italia che non ha goduto se non minimamente della bolla immobiliare. Tuttavia, anche da noi c’è stata per anni l’illusione che i bassi tassi d’interesse e la stabilità monetaria consentita dall’euro potessero rinviare sine die l’aggiustamento dei conti pubblici e la riduzione del debito. Fatte le opportune differenze, Krugman mostra ancora una volta che le cause della crisi sono comuni e comune deve essere anche la soluzione. È chiaro che ci sono nodi strutturali da affrontare e tocca ai singoli paesi farlo. Tuttavia, il compito principale spetta all’insieme dell’Eurolandia perché, sia pure con grandi differenze, il modello è sbagliato per tutti.

L’aggiustamento è ben più difficile quando avviene in uno scenario di recessione, anzi con rischi seri di deflazione. Nonostante quel che dicono molti dottrinari di un monetarismo scolastico, se le banche centrali, a cominciare dalla Bce che dal 2008 ha triplicato il proprio bilancio, non avessero stampato moneta, saremmo in depressione come negli anni ‘30. Basta mettere in relazione l’andamento delle variabili monetarie fondamentali, M1 e M2, con la dinamica dei prezzi in Europa e negli Stati Uniti. Il primo aumento di liquidità risale all’agosto 2007. In genere, la trasmissione ai prezzi non impiega più di sei mesi, un anno al massimo nei casi di maggiore vischiosità o resistenza (che in genere funziona al ribasso non al rialzo). E questa volta non c’è nemmeno la rivoluzione internet a spegnere la fiamma inflazionistica, come avvenne dodici anni fa. Milton Friedman avrebbe fatto come il suo allievo Ben Bernanke o come Draghi? L’Economist ne è convinto. Forse avrebbe tirato loro gli orecchi, ma certo non avrebbe preso le distanze.


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