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GEOFINANZA/ I guai che gli Usa vogliono nascondere

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Timothy Geithner (Infophoto)  Timothy Geithner (Infophoto)

In compenso, sono altri i dati bancari a farmi paura. I crediti deteriorati netti delle banche italiane hanno sfondato a marzo 2012 la soglia dei 100 miliardi di euro (+7,9% sul trimestre precedente): lo certifica la R&S 2012 del Centro Studi di Mediobanca sulle 50 maggiori società quotate, in cui viene evidenziato che il portafoglio derivati a fine 2011 ha toccato un totale di 193,3 miliardi. C’è poi la Grecia, la quale non è affatto scomparsa dai radar del pericolo e, anzi, si sta avvicinando a passi spediti verso l’addio all’eurozona, come di fatto auspicato dai tedeschi. A confermarlo ci ha pensato nientemeno che il vice-ministro delle Finanze, Christos Staikouras, parlando alla tv di Stato Net: «Le nostre riserve di contanti sono praticamente a zero. È rischioso dire fino a quando dureranno, visto che dipende dall’esecuzione del budget, dagli introiti e dalle spese».

Il problema è che il 20 agosto va in scadenza un bond da 3,2 miliardi di euro e in caso Atene non onori la scadenza, la Bce non pare avere intenzione di intervenire: a quel punto non ci saranno soldi per pagare nulla delle spese correnti di un Stato, dai servizi essenziali agli stipendi alle pensioni. In parole povere, cosa ha detto il vice-ministro? Che hanno sovrastimato le entrate e sottostimato le spese: cosa farà ora Atene? Tenterà, come fatto in passato, di evitare la bancarotta dilazionando i pagamenti oppure emettendo debito a breve scadenza per raggranellare qualche euro in attesa che la troika dia il via libera allo sblocco dei fondi? Questa volta no, la Bce è stata chiara: il 20 agosto quel bond va rimborsato. Punto.

In compenso, altrove le cose non vanno bene ma nessuno ne parla, abbagliato da rendimenti ai minimi storici frutto di manipolazione ma che fanno gridare al Paese rifugio e al fly-to-safety. Indovinello: quale nazione sta per vedere il proprio servizio postale nazionale fare default su due pagamenti dovuti al Tesoro? La Grecia, forse? O la Spagna, magari. No, gli Stati Uniti. Ieri, infatti, lo U.S. Postal Service non ha onorato un pagamento da 5,5 miliardi di dollari dovuto al Treasury per i futuri benefit sanitari dei dipendenti in pensione e lo stesso accadrà per un’altra scadenza il prossimo settembre: non è una previsione pessimistica, lo ha confermato l’azienda lunedì, annunciando come stia studiando modalità per posticipare altri obblighi di pagamento. Nei prossimi mesi, infatti, dovrebbe versare 1,5 miliardi di dollari al Dipartimento del Lavoro per le compensazioni dei lavoratori, oltre a milioni di pagamenti di interessi al Tesoro. Gli uffici postali non chiuderanno, ovviamente, la posta sarà consegnata, i dipendenti verranno pagati così come i lavoratori in pensione, ma le continue perdite e la crisi di solvibilità dell’azienda potrebbero portare alla bancarotta, se il Congresso non emanerà una legge ad hoc, attualmente bloccata.

Questo per far capire che il Paese che in questi giorni sta facendo il tagliando alle riforme di Italia e Spagna, spalleggiato da Wolfgang Schauble in visita a Tim Geithner, non solo è lo stesso che ha dato vita alla crisi nel 2008, ma appare giorno dopo giorno sempre con i conti più fuori controllo. Ben peggio di quanto non accada in Europa. Quando lo scorso 30 aprile, il Treasury statunitense rese note le proprie proiezioni di finanziamento del debito, più di un’analista si chiese - a bassa voce, come si conviene - come potessero essere sostenibili quei 447 miliardi di nuovo debito negli ultimi due trimestri dell’anno, a fronte di aziende con oltre 100 milioni di riserve cash che pagano virtualmente zero tasse e sempre più lavoratori che vedevano il loro impiego trasformato da tempo indeterminato a temporaneo, con salario quindi più basso e minore imposizione fiscale. L’America aveva forse trovato la formula magica per aumentare le entrate fiscali?

Detto fatto, lunedì il Treasury ha ammesso che nel trimestre che ha inizio a settembre si aspetta di emettere 276 miliardi di dollari in debito negoziabile netto, dando per assodato un cash balance per la fine di settembre di 60 miliardi di dollari. Questa stima di prestito è già di per sé superiore di 12 miliardi di dollari rispetto a quanto annunciato ad aprile ed è direttamente riconducibile a minori entrate, maggiore spesa pubblica, redemptions di detenzioni in portafoglio al sistema della Federal Reserve e maggiori emissioni di securities statali e del governi locali. Insomma, il Treasury lunedì ha ammesso candidamente di aver introitato meno a livello fiscale e di aver speso in eccesso e quindi di avere necessità fiscali per il quarto trimestre non di 253 miliardi di dollari, ma di 272 miliardi, il tutto dopo aver registrato necessità di finanziamento superiore per 5 miliardi di dollari anche nel terzo trimestre.


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