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PASSERA/ Se la ripresa dell’Italia dipende da due "C"

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I due cicli di maggiore crescita italiana, il periodo giolittiano e il miracolo degli anni '50, sono stati accompagnati da finanze pubbliche in ordine, elevata innovazione industriale, salari e profitti crescenti, sostanziale piena occupazione. Gli altri cicli, quello di Crispi o quello inaugurato nel 1992 dal crollo della lira, hanno visto crescere disavanzo pubblico, deficit della bilancia con l'estero, disoccupazione, rendita immobiliare, mentre scendevano i salari, la produttività, gli utili dalla gestione industriale. Come innescare di nuovo il circolo virtuoso?

La competitività è e resta in prima istanza responsabilità delle imprese, sono loro che debbono impiegare al meglio i fattori della produzione. Il governo non è in grado di sostituirsi. Può e deve rendere le condizioni della produzione le più favorevoli possibili, per esempio togliendo gli ostacoli giuridici, istituzionali, ambientali; il governo deve fornire le infrastrutture fisiche e giuridiche idonee; sostenere le esportazioni con un'adeguata politica estera; può favorire la ricomposizione e il riaccorpamento di un tessuto produttivo che si è frantumato anche per sfuggire a lacci e lacciuoli, quelli legali, sindacali e fiscali. La legge Monti-Passera da questo punto di vista è un buon inizio. Insomma, si possono fare mille cose, tranne appiccicare l'insegna di nuova politica industriale alla vecchia strada dei favori e degli incentivi ai più forti. L'Italia ha sovvenzionato gli industriali e poi ha messo a carico dei contribuenti la de-industrializzazione. Ora basta, non solo perché non ci sono più risorse, ma perché è la ricetta sicura per uccidere il paziente.

E il consenso? Se significa ripresa delle pratiche neocorporative (la triangolazione confederazioni-governo-Confindustria), non solo è pericoloso perché porta con sé l'aumento della spesa pubblica, ma diventa improponibile nell'Unione europea. Un sindacato responsabile dovrebbe favorire l'aumento della competitività. Ma non i salvataggi a spese dei contribuenti. La proposta di Susanna Camusso, cioè far acquistare dallo Stato le aziende in crisi (via Cassa depositi e prestiti, s'intende) serve solo a deresponsabilizzare imprenditori che hanno già lucrato con i soldi degli italiani. Il governo dovrebbe mostrare il volto dell'arme e non solo favorire, ma "imporre" la concorrenza.

Proprio qui, invece, ha dato prova di estrema cautela sconfinando nella debolezza. Nessuna delle corporazioni più forti e rumorose è stata messa con le spalle al muro. I tassisti sono diventati un facile bersaglio, un simulacro per lo più fuori tempo visto che la crisi ha ridotto la domanda. E in ogni caso l'esecutivo ha sempre fatto marcia indietro. Non c'è dubbio che il governo Monti deve cambiare passo per affrontare un autunno che si annuncia drammatico.

Ma l'agenda è scarna. Occorre rimettere tra le priorità la concorrenza, muovendosi con pungo di ferro e non solo col guanto di velluto. E bisogna riaprire il cantiere del fisco, "una zavorra", ha detto Passera. L'unico modo per farlo è a somma zero, cioè senza gravare sul bilancio pubblico: insomma, a ogni riduzione delle imposte si deve accompagnare una riduzione, persino superiore, della spesa corrente. Ciò vuol dire che va cambiata anche la politica dei tagli. Nell'insieme è stata pro ciclica e ha aggravato la recessione. Mentre la spending review mostra ormai tutti i suoi limiti. Potare un po' qua un po' là non serve a granché.


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