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Economia e Finanza

IL CASO/ Il fattore R "inguaia" anche la Germania

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No, non sarà la Germania a schiacciare il bottone della disintegrazione dell’Unione in cui ha investito capitali e  speranze più di ogni altro. Anche se stop, brusche frenate e ultimatum alla Grecia riottosa o all’Italia inaffidabile, piuttosto che alla spavalda Spagna o, perché no, a una Francia meno solida di quanto non si creda, non mancheranno di sicuro.  Il margine di manovra  di frau Merkel, in un anno elettorale, resta stretto. La cancelliera ha ben pochi margini per correre in aiuto alla Grecia o per sostenere Mario Draghi contro il pressing della sua Banca centrale. Il passaggio, insomma, è stretto, non solo in Europa.

I focolai di crisi potenziali sono più numerosi che mai, nell’ultimo scorcio del 2012. L’America si avvia alle elezioni in un clima di pesante conflittualità in materia fiscale. Chiunque vinca si troverà di fronte la mina del “fiscal cliff”, ovvero la concreta minaccia di sottrarre all’economia un buon 4% potenziale di Pil tra tagli di spese e aumenti di tasse. Nel frattempo, la campagna elettorale ha investito la figura dello stesso Ben Bernanke: il candidato repubblicano Mitt Romey ha fatto sua la richiesta del suo vice Paul Ryan  di mettere sotto controllo i bilanci della Fed. 

Le cose in Cina vanno ancora peggio: l’economia perde colpi, il congreesso del partito si avvicina. A differenza di quanto accadde nel 2008, Pechino non è in condizione di allargare i cordoni della borsa: le quotazioni delle materie prime agricole, per colpa di siccità e inondazioni, sono schizzate in alto, a danno delle classi più umili; investire nel manufacturing rischia solo di riempire i magazzini di merce invenduta, perché l’estero compra meno. E il mercato interno, a un passo dallo scoppio della bolla immobiliare, non promette granché di buono. Difficile che le locomotive del pianeta possano trainare il convoglio eruopeo. O che lo possano fare gli emergenti, alle  prese con i contraccolpi sociali della globalizzazione, come dimostra la tragedia consumata nelle miniere del Sud Africa. 

Il passaggio è stretto, troppo stretto per un’Europa troppo gonfia e inefficiente, continuano a ripetere illustri commentatori e critici anglosassoni. “Possiamo solo sperare che gli europei  se la cavino alla meno peggio” ha dichiarato ieri il presidente della Fed di Saint Louis, James Bullard. Vista con gli occhi americani, quindi, l’eurozona è ormai un cumulo di macerie alle prese con le convulsioni di un sistema finanziario che non riesce a darsi un equilibrio o una terapia adeguata.  Del tutto incapace, in ogni caso, di affrontare i nodi strutturali che frenano lo sviluppo di un mercato interno adeguato. Un giudizio impietoso, ma che l’Europa può smentire nel tempo. Ma non facciamoci illusioni. Il difficile, per la gente comune, quella che al mattino non ha motivo per scrutare i listini di Borsa o dell’oro, viene adesso.