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FINANZA/ La prossima mossa di Bernanke apre la strada alla Bce

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Ben Bernanke (Infophoto)  Ben Bernanke (Infophoto)

È un Ben Bernanke attendista quello che si è visto alla vigilia del simposio di Jackson Hole, Wyoming. Parlando ai banchieri centrali (assente giustificato Mario Draghi) e a tutto il mondo della possibilità di nuove iniezioni monetarie (quantitative easing) a sostegno dell’economia Usa ha lasciato le porte aperte senza fornire dettagli: “non possiamo escludere un ulteriore ricorso a politiche non convenzionali", ha detto Bernanke, che si è invece dimostrato più sensibile ai problemi dell’economia reale e ai fondamentali, i fundamentals, come li chiamano oltreoceano. Il presidente della Federal reserve ha infatti spiegato che sono il mercato immobiliare, la crisi del debito dell'Europa e il fiscal cliff (l'aumento delle tasse e i tagli alla spesa che scatteranno fra la fine del 2012 e l'inizio del 2013) a rappresentare i "venti contrari" per l'economia statunitense ma non solo. Alcuni tra gli economisti più attenti hanno letto il suo prendere tempo su un eventuale Qe3 come un sintomo di mancanza di unanimità nella visione degli Usa. O forse, come ha spiegato a ilSussidiario.net, James Charles Livermore, di professione operatore finanziario, «la cautela di Bernanke è dovuta alla congiuntura politica: con le elezioni americane ormai alle porte», commenta Livermore, «un’operazione massiccia da parte degli apparati pubblici potrebbe non solo avere ripercussioni negative sulla campagna elettorale, ma anche causare smottamenti che non farebbero bene al sistema economico». Livermore, che non ha mai accettato la «distinzione tra crisi finanziaria e reale», ha parlato con noi di una di una «crisi che si estende a macchia d’olio; e quello che possono fare le istituzioni è tamponare, cercare di prendere tempo. Sul tavolo dei governi in Europa e America giacciono infatti da tempo grossi fascicoli e riforme da discutere». Ecco come ha letto il discorso di Bernanke.

 

Bernanke è sembrato più preoccupato dei fondamentali dell’economia Usa che non del fatto se la Fed interverrà o meno con un nuovo Qe. Cosa ne pensa?

 

Se posso permettermi una premessa, vorrei ricordare che Bernanke è sempre stato molto attento ai fondamentali dell’economia, probabilmente per via della sua formazione accademica e del fatto che ha studiato con attenzione la crisi del ’29. E ora che si va verso la chiusura del terzo trimestre dell’anno, tra i fondamentali bisogna tenere sotto controllo in particolare tre cose: occupazione, inflazione e domanda reale.

 

Procediamo con ordine.

 

Primo, senza l’occupazione la macchina americana non gira. Gli Stati uniti sono un mercato molto flessibile dove ogni settimana e mese cambiano il numero di occupati su una scala di grandezza di decine di migliaia di lavoratori. Questo sarà il primo indicatore da tenere sotto controllo a fine settembre per capire se l’economia Usa sta reggendo all’urto della crisi oppure no.

 

L’inflazione?

 

L’inflazione è un dato congiunturale e, come ogni anno, alla fine dell’estate un po’ di inflazione è fisiologica e questo riduce la capacità di iniezione monetaria da parte di una banca centrale, nella fattispecie la Fed, perché le iniezioni già di loro tendono ad avere un effetto inflazionistico sulla moneta. Motivo per cui bisogna stare attenti.

 

E il terzo fattore?

 

Il terzo fattore è sicuramente quello più interessante: la domanda reale. Bernanke dice che sarebbe bello non avere bisogno di interventi pesanti da parte di un operatore esterno al mercato come potrebbe essere la Fed o il governo Usa sulla spesa. Però deve fare i conti anche con il fatto che una domanda reale ci deve essere. Il pane, si sa, bisogna farlo con la farina che si ha. Per cui, se non c’è iniziativa privata, bisogna che in qualche modo, per limitare i danni, le istituzioni intervengano.

 

Come?



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