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FINANZA/ Così Draghi spiana la strada al Monti-bis

Mario Draghi (Infophoto) Mario Draghi (Infophoto)

"Dopo Monti, c'è solo Monti", ha tuonato Pier Ferdinando Casini dal palco del congresso Udc. "Se vuole fare il premier, deve candidarsi", ha risposto Angelino Anfano. "Siamo pronti a governare da soli", ha invece rivendicato con orgoglio Pierluigi Bersani da Reggio Emilia. Dal Workshop Ambrosetti, poi, un coro unanime: Monti bis. Il Professore glissa: il Paese troverà un leader, il governo tecnico è un'esperienza limitata, tra poco andrò in vacanza. Il problema, però, è un altro: se, lasciata passare qualche settimana, i mercati si renderanno conto che né Italia, né Spagna hanno intenzione di chiedere aiuto - e finire come Grecia, Irlanda e Portogallo - secondo voi resteranno in modalità placebo come questi giorni o si tornerà a privilegiare il Bund, riattivando di conseguenza le dinamiche dello spread? Un gioco di specchi. A quel punto ci vorrà un attimo per far ripartire la giostra, questa volta sì cercando di chiudere in corner uno dei due Stati, chiaramente per prima la Spagna, essendo più esposta e con le banche peggio messe di quelle di casa nostra. Pensate che ci vorrà molto, create le debite condizioni, a costringere Rajoy alla due scelte che gli saranno rimaste, dimissioni o richiesta di aiuti? No, per i mercati un'operazione del genere è un gioco da ragazzi, semplice semplice.

Vediamo i due scenari, ipotizzabili entrambi prima di Natale. Primo, Rajoy non se la sente di consegnare mani e piedi il destino del Paese alla Bce, parla alla nazione e consegna nelle mani di Juan Carlos la transizione, il quale, visto che la delicatezza del momento non permette i tempi eterni e le litigiosità folli delle campagne elettorali, incarica un tecnico di formare un governo di emergenza nazionale. Secondo, quando lo spread sta per sfondare quota 650 punti, Rajoy convoca un gabinetto di emergenza e decide di rompere gli indughi: parla alla nazione, invocando il bene superiore dello Stato e si presenta alla Bce con la richiesta formale di aiuti, ricevendo in cambio un bel memorandum di intenti.

Calma sui mercati, almeno apparente e dell'attimo iniziale, come ci ha ormai insegnato questa crisi di euforie parossistiche seguite a sempre più kafkiane prese d'atto. Anche sul mercato italiano, che aveva cominciato a replicare ancora una volta come un sottostante l'andamento dello spread spagnolo. Ma, come vi dicevo, siamo a poche settimane da Natale, l'ipotesi voto anticipato a novembre è bella che andata e i partiti stanno già dando vita a una specie di danza macabra chiamata pre-campagna elettorale con un'unica certezza condivisa: chiunque vinca, dovrà chiedere gli aiuti alla Bce, perché caduto il baluardo spagnolo che ci garantiva un minimo di fiato nella fuga, ora i primi nel mirino siamoproprio noi. Ovvero, nessuno vuole andare al voto.

Che fare, quindi? Gran consulto d'emergenza nazionale di partiti, parti sociali e imprenditori al Quirinale e, alla fine, la scelta: il 2013 non sarà anno di voto, alla scadenza naturale, sarà Monti-bis per un quinquennio. Chiederà gli aiuti e porterà volentieri a casa i compiti da fare, forte del fatto che se la Fornero può far paura fino a un certo punto, dubito che la Camusso e anche certa imprenditoria ben poco illuminata si permetterebbe di andare contro l'italiano della Bce, facendoci rischiare davvero il default.