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Economia e Finanza

RETROSCENA/ Il "trucco" di Berlino dietro l’aiuto all’Europa

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Primo. Mercoledì scorso il Tesoro tedesco non è riuscito a collocare l’intero slot di debito in agenda e si è accontentato di 3,6 miliardi al termine di un’asta tutt’altro che effervescente. Secondo, dietro ai tassi vantaggiosi a cui la Germania riesce a finanziarsi c’è un problema da 230 miliardi di euro di nome Landesbank. Che il settore finanziario tedesco non navighi in buone acque non è una novità, ma secondo dati Bundesbank l’ammontare di asset tossici a bilancio delle banche federali ha raggiunto la non trascurabile cifra di 230 miliardi di euro dall’inizio della crisi. Che presto o tardi dovranno essere coperti con soldi pubblici.

Un paio di dati aiutano a capire la portata del problema e probabilmente spiegano l’atteggiamento più conciliante di Berlino. L’ultima falla nel sistema creditizio tedesco risale a fine giugno, quando WestLB ha chiuso i battenti su richiesta della Commissione europea. La dismissione dei 168 miliardi di euro a bilancio della banca prevede una “bad bank” con garanzia di Stato e un programma di cessioni e fusioni che si spera rafforzerà il sistema bancario pubblico. Secondo il ministro federale Walter-Borjans, il tutto costerà ai contribuenti 18 miliardi di euro, da aggiungere agli 85 milioni di asset tossici già stralciati.

Il conto totale in realtà è molto più salato: nel 2008 il governo di Berlino aveva stanziato 80 miliardi di euro per ricapitalizzare le banche federali, con una garanzia pubblica a coprire 400 miliardi di prestiti in sofferenza. In questo valzer di soldi pubblici, WestLB era diventata una sorta di habitué al bail-out e l’aiuto di Stato era ormai talmente spudorato da smuovere persino i commissari europei. Per dare un’idea del cortocircuito finanziario che sta imperversando in Europa, basti sapere che al dissesto della già citata Dexia hanno contribuito perdite per 300 milioni di euro su un prestito alla tedesca Depfa. Quest’ultima ha una storia piuttosto emblematica: banca specializzata nei finanziamenti agli enti pubblici, nel 2002 sposta la propria sede a Dublino per beneficiare del trattamento fiscale, piuttosto favorevole, offerto dal governo irlandese. Con l’insolvenza di Depfa nel 2008, su cui la vigilanza bancaria di Dublino dovrebbe riflettere a lungo, il governo tedesco è subentrato come unico azionista, col risultato grottesco di ritrovare il ministero delle finanze al vertice di uno schema ideato per non pagare tasse in Germania.

Problemi isolati? Secondo dati Ocse, i tre elementi alla base della crisi bancaria tedesca sono tutti sistemici: forte dipendenza dalle garanzie di Stato, bassa capitalizzazione, scarsa supervisione. Con una logica conseguenza: chi reclamava a gran voce l’espulsione della Grecia dall’euro, oggi non è più così sicuro di poter gestire il rischio di un contagio.

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