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CORTE TEDESCA/ 1. Un "sì" che mette nei guai Monti e la Merkel

Pubblicazione:giovedì 13 settembre 2012

Angela Merkel e Mario Monti (Infophoto) Angela Merkel e Mario Monti (Infophoto)

Quando aumenta la disoccupazione, anche Herr Otto, ossessionato dall’inflazione, comincerà a preoccuparsi dell’altro corno del dilemma, scaricando, però, colpe e responsabilità all’esterno, sui paesi “viziosi”, sul trasferimento di risorse, sulla Bce spendacciona e compagnia cantando. In un anno elettorale, nessuno sarà in grado di convincerlo che è ora di cambiare passo e guidare una politica di rilancio. Dunque, almeno fino al prossimo settembre, non c’è da sperare che gli angeli dello sviluppo volino sopra Berlino.

Né si può prevedere che il traino venga dagli Stati Uniti impegnati in una confusa campagna presidenziale. Al di là di demagogiche promesse a destra come a sinistra, né Romney, né Obama hanno mostrato una ricetta convivente. Anche l’America, dunque, resta appesa alle mosse della Federal Reserve che oggi dovrebbe cominciare la terza tranche del quantitative easing, mettendo in circolazione altra moneta. Ma pure Helicopter Ben ha un limite e a Jackson Hole, il 30 agosto scorso, ha fatto capire chiaramente che c’è arrivato vicino. La parola, dunque, è ai governi anche sull’altra sponda dell’Atlantico.

Tutto ciò lascia con le spalle al muro la Spagna e l’Italia. Entrambi i paesi sono dilaniati da potenti forze centrifughe. Il crac della Catalogna sta aizzando i sentimenti indipendentisti (come se lo scialo di Barcellona non ricadesse anche sui catalani) e una dopo l’altra si sfaldano le grandi regioni tenute insieme finora da un boom artificioso pieno di bolle… e di balle. Ma in Italia il rischio di decomposizione è sia verticale sia orizzontale. A mano a mano che ci si avvicina alle elezioni, emerge un Paese senza meta.

Le stesse preferenze elettorali, oggi come oggi, indicano una ingovernabilità di fondo. Mentre la crisi finanziaria è diventata produttiva e l’emergenza economica si è fatta sociale. Anche se è evidente che il problema si chiama produttività, è scattato il solito scaricabarile, di chi è la colpa, chi deve fare la prima mossa. Monti ha dato alle parti sociali un mese. Il governo chiede loro di trovare un’intesa. Confindustria e sindacati pretendono sostegni, aiutini, incentivi, come se nulla fosse. Tra ribellismo di operai disperati e apparati sindacali in riscaldamento per la solita parata di scioperi più o meno generali, c’è il rischio di consumare le poche settimane rimaste di qui a novembre. Poi, è finita. Il trimestre elettorale sarà una saga di promesse e di bugie.

La City e i suoi corifei perseguono i loro interessi; pensano male, tutto il male possibile, e peccano senza nemmeno pentirsene; ma siamo così sicuri che si sbaglino?



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