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CORTE TEDESCA/ 1. Un "sì" che mette nei guai Monti e la Merkel

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Angela Merkel e Mario Monti (Infophoto)  Angela Merkel e Mario Monti (Infophoto)

Abbiamo tutti tirato un gran sospiro di sollievo ieri, leggendo la sentenza dell’Alta corte tedesca. Gli otto giudici costituzionali hanno dato il via libera all’Esm, il meccanismo europeo di stabilità, in sostanza lo strumento per evitare il collasso degli stati oberati dal debito pubblico. Il semaforo verde non è senza se e senza ma: le condizioni ci sono e molto rigorose. Per esempio, le risorse messe a disposizione dalla Germania non potranno superare i 190 miliardi di euro già stanziati (su un totale di 500). Un limite alle disponibilità liquide del fondo il quale non può agire come una banca e quindi emettere titoli sul mercato per aumentare le proprie disponibilità (una proposta di Mario Monti bocciata dal governo tedesco).

Ciò, agli occhi della corte di Karlsruhe, tutela la sovranità nazionale e la responsabilità dello stesso Esm (i denari provengono dalle tasche dei contribuenti, possono essere stanziati solo dopo una decisione dei legittimi rappresentanti del popolo), ma paradossalmente lascia ancor più margini di manovra alla Banca centrale europea che ha deciso di intervenire sul mercato secondario senza limiti di sorta. Principi e realtà non sempre coincidono e quando entrano in contrasto, per lo più prevale la realtà. Tuttavia, la decisione di ieri chiude una fase importante, turbolenta e pericolosa della battaglia economico-politica ingaggiata in Europa tra governi e mercati. E apre un ciclo diverso, forse ancor più complicato.

Lo scontro campale, cominciato un anno fa, è stato vinto da Angela Merkel e da Mario Draghi. Proprio la convergenza tra i due, dopo un periodo in cui si sono a lungo studiati, ha segnato la svolta, maturata nel giugno scorso alla drammatica vigilia del vertice europeo. Adesso si leva il sipario su un altro atto, il quarto se cominciamo l’intera recita dalla crisi dei subprime nell’agosto 2007 per poi proseguire con il crac Lehman e la crisi dei debiti sovrani. L’allarme ora non riguarda più finanza, banche, governi, ma industrie, lavoro, reddito. Perché la priorità da questo momento in poi diventa senza alcun dubbio la recessione. E qui saranno nuovi guai per la Merkel, per Monti, per Mariano Rajoy, per i governi dei paesi in difficoltà, ma anche per quelli finora “virtuosi”: la virtù non dura in eterno, meno che mai in economia.



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