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SPILLO/ Bertone: 2mila miliardi per "nascondere" la crisi

Ben Bernanke (InfoPhoto) Ben Bernanke (InfoPhoto)

Al di là delle scelte tecniche, resta un dato di fatto: sia Bernanke che Draghi hanno deciso che è giunta l’ora di tentare un salto di qualità nella lotta alla crisi. Finita la fase del contenimento per evitare il peggio, si tratta di affrontare il nemico in campo aperto. Senza illudersi, né in Usa, né in Europa, sull’appoggio che potrà venire dalla politica. I due banchieri, insomma, si sono rassegnati al ruolo di supplenti. O meglio, la loro strategia è di mettere le forze politiche di fronte a fatti compiuti, costringendo i policy makers ad assumere posizione o a chieder il conforto del voto.

Sia Bernanke che Draghi sanno di dover temere il fuoco amico. Negli Stati Uniti il partito repubblicano ha già fatto sapere che, in caso di vittoria di Mitt Romney alle elezioni, il presidente della Fed che arriva dai ranghi dello staff di George W. Bush non sarà rinnovato. Draghi non si fa illusioni: prima o poi arriverà la vendetta dello schieramento politico più vicino alla Bundesbank. Ma i due non avevano alternative: o tiravano fuori gli artigli, facendo sapere al mondo che si farà “tutto quanto è possibile” per uscire dalla crisi, o ci si rassegnava a far da notai impotenti di fronte alla nuova recessione.

La scelta storica è stata fatta. Speriamo sia sufficiente. Molto dipenderà da circostanze che non dipendono dalla volontà dei banchieri. O anche dei politici. Non tutte le chiavi del nostro destino si trovano a Roma, Francoforte o Bruxelles. La polveriera del Medio Oriente può rappresentare la variabile impazzita di una congiuntura già problematica. Ma molte cose, però, dipendono comunque da noi. Come ci segnala il termometro dei mercati finanziari.

Lo spread tra i titoli tedeschi e quelli italiani si è ridotto assai in questi giorni. Ma assai meno di quello dei titoli spagnoli o di quelli irlandesi (e portoghesi). La spiegazione è semplice: la Spagna, com’è scontato, si metterà sotto la protezione del fondo Esm. Irlanda e Portogallo potranno far conto sui contributi dell’Efsf finché non potranno tornare sul mercato. E l’Italia? Ha i numeri per poter nuotare nel mare del debito senza ricorrere a ciambelle di salvagente (soprattutto ora che la ciambella è a portata di mano, sulla zattera di Draghi). Ma per paradosso, è proprio questo che preoccupa i mercati: se nel Bel Paese si fa strada l’idea che il peggio è alle spalle (cosa non vera, peraltro), i buoni propositi vanno a farsi benedire. Soprattutto in campagna elettorale. E in quel caso la rete di Draghi servirà a ben poco.

 

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