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CASO FIAT/ Per il dopo-Marchionne spunta "l’asso" tedesco di Monti

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Ma il governo che cosa può fare davvero per evitare un addio quasi definitivo della Fiat all’Italia? Ben poco, occorre essere realisti. A maggior ragione con un presidente del Consiglio che si è dichiarato più volte atarassico: i poteri pubblici non possono interferire con le libere decisioni di un gruppo privato e internazionale che stabilisce dove produrre la sua mercede, ha detto e fatto intendere senza giri di parole Mario Monti.

Con questa premessa, il capo azienda della Fiat, Sergio Marchionne, sa di poter contare su un alleato a Palazzo Chigi. Eppure l’annuncio di fine prematura, anzi di inizio abortito, del piano Fabbrica Italia con i relativi 20 miliardi di investimento nel nostro Paese, non può comunque lasciare insensibile un governo d’impronta liberista. Non solo perché le case automobilistiche estere che vendono in Italia chiedono un ripristino degli incentivi statali per l’acquisto di auto, a differenza della Fiat marchionniana che li snobba, anzi li considera una droga deleteria.

La crisi del Lingotto sta tutto in qualche numero emblematico. Nei primi otto mesi del 2012 Fiat Group ha immatricolato in Italia 290.840 vetture, il 20,2% in meno rispetto allo stesso periodo del 2001. In Europa 456.191, con un calo del 16,5%. Si potrà discutere all’infinito se il declino del Lingotto è il frutto naturale e previsto della recessione e del calo degli acquisti oppure anche il risultato di uno stallo progettuale imposto da Marchionne che ha frenato nel pianificare e realizzare nuovi modelli per scaldare le vendite.

Quello che si può e si deve dire senza esitazioni è che l’enfasi di Marchionne, a volte ossessiva e quindi eccessiva, sulla necessità di contratti aziendali ad hoc, flessibili e moderni, come premessa della necessaria produttività e capacità di governo degli stabilimenti, si è rivelata fallace. Che il tasso di assenteismo in alcuni stabilimenti Fiat fosse eccessivo, e che la produttività spesso languiva, non si discute. Ma che legare - come spesso ha lasciato intendere il capo azienda del Lingotto - l’avvio dei contratti à la carte di stampo marchionniano alla permanenza della Fiat in Italia, sembra essere stato anche, e forse soprattutto, uno slogan ideologico più che un’autentica strategia aziendale.



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COMMENTI
17/09/2012 - il problema si può risolvere (ANTONIO DE BONIS)

Come tutti sappiamo che la fiat e sicuramente tutte le varie industrie hanno usufruito di fondi a perdere dello Stato, ora si dice che lo Stato non può interferire nella opportunità o meno delle imprese dove effettuare la produzione o altro. Invece no se i nostri politici vogliono risolvere il problema possono farlo molto presto e con semplicità. Basta che fanno una legge con effetto retroattivo, "dove tutte quelle industrie che voglio delocalizzare versano allo Stato italiano le somme che hanno percepito nei vari anni passati con i dovuti interessi, se invece hanno acquistato macchinari o costruito capannoni, gli stessi vengano requisiti dallo Stato." penso che sia un ragionamento EQUO.

 
17/09/2012 - cosa manca? (francesco taddei)

la vendita dell'alfa o di un altro stabilimento deve essere legata alla condizione che il compratore si avvalga del talento italiano in progettazione e sviluppo (l'Alfa il 6 cilindri ce l'ha già, non serve quello della golf!), senza trasferire la produzione. Questo è avvenuto per la Lamborghini, quindi è possibile e i politici (governo in primis) devono (devono!) pretenderlo! poi una domanda, ma se l'Audi può farlo, perchè la Fiat no?