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FIAT/ Ecco i "nemici" che spianano la fuga di Marchionne

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In più, Marchionne dà l'impressione di credere sempre meno all'Italia: non capisce il contratto nazionale e vuole solo contratti aziendali; non vede “luci nel tunnel” della crisi, ma solo i fari accesi di un treno che sbarra la strada; guarda con scetticismo agli ostacoli che ci sono nel nostro Paese alla cultura d'impresa, che, come dice l'ex ministro Maurizio Sacconi, sono rappresentati da forze come il Pd, Cgil, Sel, Fiom che “sono costituzionalmente ostili all'impresa”.

Aggiungiamo però anche altre considerazioni: Marchionne sembra più un finanziere che un capitano d'industria. In effetti, ha trovato soluzioni per rimettere i conti in regola, per andare a inserirsi nel mercato americano e per cercare altri mercati, visto che in Italia si vendono ormai, da cinque anni a questa parte, un milione di macchine in meno. Ma detto questo, è vero che Marchionne non ha certo impresso una svolta innovativa nella produzione italiana.

Si potrebbe tuttavia obiettare che da tanto tempo la Fiat sembrava aver dimenticato il suo “core business” storico e aveva imboccato altre strade. C'è ancora chi si ricorda la defenestrazione dell'ingegner Vittorio Ghidella? Guardando nel suo insieme tutta questa complicata vicenda, considerando la storia parallela della Fiat e dell'Italia, sembra che stiano venendo al pettine tutti i nodi non risolti che si sono accumulati per gran parte del Novecento. Al passaggio del secolo Fiat era sull'orlo del fallimento e solo una serie di operazioni finanziarie, diciamo pure la verità, l'hanno salvata dal collasso totale e dalla chiusura. L'ambiguità non ha mai favorito delle soluzioni positive.

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