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FIAT/ 2. Monti-Marchionne, ecco le carte sul tavolo dell’incontro

Mario Monti e Sergio Marchionne (Infophoto) Mario Monti e Sergio Marchionne (Infophoto)

Marchionne vuole preparare il terreno per un nuovo ridimensionamento. Può farlo in modo soft (con sostegni sociali forniti dal Governo in modo più o meno abbondante) oppure senza ammortizzatori. Ma non ha scelta. Per la logica del mercato, come abbiamo detto, e perché ha perso la partita europea nel momento in cui ha mancato la conquista della Opel. Con il senno di poi, i tedeschi si mangiamo le mani, ma General Motors ha preferito perdere soldi che cedere una fetta di mercato. La Fiat, non potendo acquisire nuove quote, preferisce non perdere quattrini. Dura lex sed lex.

Il manager dal maglioncino nero non eccede certo in bon ton. Non lo ha mai fatto, anzi si vanta proprio del contrario. Nel 2009, quando salvò la Fiat grazie a Obama, il capo del sindacato rifiutò di stringere le mani al rappresentante della Fiat dicendogli: “Voi state cancellando un secolo di contrattazione in America”. Gli operai ridussero i salari e rinunciarono agli scioperi, ma non persero il posto di lavoro.

Marchionne ha imbrogliato tutti con Fabbrica Italia? Probabilmente no, nella primavera del 2010; certo, lo ha fatto quando ha promesso investimenti in cambio di nuove regole del lavoro in fabbrica. Era già chiaro allora come stavano andando le cose. Marchionne non ha investito in nuovi modelli? “Non li avrei venduti”, dichiara l’ad Fiat. Se li avesse, sarebbe in grado di cogliere la ripresa, replicano i sindacati e i suoi avversari anche sulla stampa. Ma il fatto è che Marchionne ritiene il mercato europeo in contrazione strutturale di lungo periodo, ben oltre lo stesso 2014 che ha evocato nell’intervista a la Repubblica.

Dunque, siamo intrappolati da un rio destino? No, c’è sempre la possibilità di scegliere. Ma scegliere cosa? Apriamo le frontiere a nuovi produttori, propone Susanna Camusso. Una buona idea. Oggi come oggi potrebbero arrivare gli asiatici. In fondo, la Volvo è andata ai cinesi, i sindacati svedesi sono contenti e il marchio è rifiorito senza rimettere in discussione i diritti dei lavoratori. L’Italia è attraente come la Svezia? No, non lo è. Ecco il problema. E qui tutti possono fare molto, dai sindacati al governo alle imprese.

È aperto adesso un altro “tavolo”, quello sulla produttività, che implica una riforma dell’intero sistema contrattuale muovendosi verso uno schema scandinavo (o tedesco) che privilegia l’impresa. Monti ha intimato di raggiungere un accordo entro la fine del prossimo mese. Vedremo. Certo, le parti in causa non sembrano consapevoli della posta in gioco, non lo sono i sindacati a cominciare dalla Cgil, non lo è la Confindustria. Le Parti sociali chiedono aiuti al Governo, ma hanno capito che non c’è trippa per gatti?

La Fiat non abbandonerà l’Italia, perché non intende regalare l’intero mercato a tedeschi, coreani, giapponesi. Ma in effetti l’ha già lasciata: oggi produce nella madrepatria una piccola quota dell’intero gruppo che, Chrysler compresa, arriva a 4 milioni di vetture. Chiuderà almeno un impianto perché la sua quota sul mercato interno è destinata a ridursi ancora. Del resto, stabilimenti di montaggio per auto di massa qui non hanno futuro. Il vero errore, semmai, è di aver depotenziato “il cervello produttivo”. Il trasferimento di tecnologie alla Chrysler è stato molto intenso e si prefigura un vero e proprio scambio ineguale. Su questo punto il governo potrebbe impuntarsi, perché ha a che fare con l’indotto, con la scuola, con la ricerca, insomma con questioni di interesse collettivo e un pezzo importante del prodotto lordo italiano.