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Economia e Finanza

FINANZA/ Quei 400 miliardi che fanno traballare le banche

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Royal Bank of Scotland lo scorso anno stimò in 5 triliardi di euro il numero di assets bancari da eliminare nei cinque anni seguenti, mentre lo stesso Fmi in un report dello scorso aprile parlava di 3,8 triliardi. Niente di tutto questo. I prestiti totali nell’area euro sono saliti a 18,6 triliardi di euro al 31 luglio contro i 18,5 triliardi della fine del 2011, mascherando l’impatto reale della crisi in Paesi come la Spagna. Insomma, impieghi in aumento a fronte di assets in aumento: ma cosa ci fanno le banche con i soldi? Acquistano bond, qualcosa che solo reinvestendo nell’obbligazionario i soldi delle aste Ltro può garantire un profitto del 10% del totale, una manna per chi deve in ogni modo far fronte a nuovi e più stringenti requisiti di capitale.

Basti pensare che il Bloomberg Europe Banks and Financial Services Index ha guadagnato il 17% quest’anno, a fronte del solo +12% dell’indice Euro Stoxx 50. Insomma, i soldi della Bce hanno ridotto l’incentivazione a ripulire i bilanci per le banche: si incassa e si evita - o, almeno, si rimanda - in questo modo il processo di ristrutturazione interna. E l’immondizia, sotto il tappeto, continua a crescere. Intesa San Paolo ha aumentato gli acquisti di debito italiano fino a 80 miliardi di euro nel giugno scorso dai 64 di un anno prima, portando il totale degli assets al 30 giugno a 666 miliardi di euro, un aumento del 3%. Unicredit ha aumentato gli assets del 4%, portandoli a un totale di 955 miliardi di euro nello stesso periodo. Acquistare, soprattutto con i soldi della Bce, è infatti più facile che vendere, visto che per gli assets peggiori, i compratori chiedono sconti anche del 50% sul valore facciale, un qualcosa che andrebbe a erodere capitale nei libri della banca che vende.

Le banche spagnole, ad esempio, in attesa dei 100 miliardi europei per la ricapitalizzazione, sono a forte rischio di deleveraging obbligato, vista la decisione governativa di aprire una bad bank dove parcheggiare i prestiti tossici al settore real estate. Santander ha espanso i suoi assets addirittura del 5% a 1,29 triliardi di euro nei dodici mesi terminati il 30 giugno scorsi, grazie ai prestiti in forte aumento in America Latina e Usa che hanno annullato i cali netti in patria e in Portogallo. Gli assets bilanciati al rischio, invece, sono scesi del 3,3%, sintomo che si è venduto ciò che di buono - o di meno peggio - c’era in casa, ma nulla rispetto a quanto in realtà necessita.

Ora, però, la festa potrebbe essere alla fine. Al netto di una improbabile terza asta Ltro, le banche devono aumentare il livello della vendita di assets per andare incontro alle nuove scadenze della regolamentazione di Basilea, qualcosa come 400 miliardi di euro solo per il Core Tier1. Insomma, Draghi ha forse evitato qualche fallimento a breve termine, ma ha rallentato e ritardato passi necessari per gli istituti: le banche sono, di fatto, l’anello debole dell’economia e devono essere obbligate a vendere assets, visto che se si garantisce loro di poter utilizzare gli scadenziari graditi, il ritardo e il rimando divengono legge.

Siamo al rischio di “giapponificazione” del sistema bancario, ovvero un periodo eccessivamente prolungato richiesto per ripulire gli stati patrimoniali. Siamo passati dal rischio di una deleveraging accelerata, al contrario: non è detto che questo sia meglio, nonostante così paia. Ma c’è un altro rischio che sta colpendo le banche europee, soprattutto quelle dei Paesi cosiddetti periferici: le fughe di capitale, vera e propria minaccia al sistema finanziario integrato europeo.