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Economia e Finanza

DALLA SPAGNA/ Così l’Europa può "spingerci" a uscire dall’euro

Mariano Rajoy (Infophoto)Mariano Rajoy (Infophoto)

La richiesta di aiuti sarà interpretata come una conferma della debolezza finanziaria spagnola. Si aprirebbe quindi uno scenario di grande incertezza. Sul fronte interno crescerà l’opposizione al governo e alla sua politica di austerità. All’esterno, invece, tutto dipenderà dall’interpretazione che daranno le istituzioni europee. E se sulla Spagna ci sarà la stessa pressione che c’è stata sulla Grecia e sul Portogallo, non escluderei che tra i principali partiti politici spagnoli (il Pp e il Psoe) si possa diffondere l’idea che sarebbe meglio uscire dall’euro.

 

Per il sistema bancario spagnolo, l’Europa ha già stanziato 30 dei 100 miliardi promessi. C’è chi sostiene però che le perdite che registreranno le banche (soprattutto quando gli asset immobiliari verranno portati al valore di mercato) saranno di gran lunga superiori a tale tetto.

 

Tanto per cominciare, la Spagna non dispone ancora del credito che le è stato concesso. Per quanto riguarda l’importo delle perdite bancarie, i dati di cui si dispone in Spagna non raggiungono nemmeno i 100 miliardi di euro. E non dobbiamo scordarci che il problema della banche è circoscritto a una parte delle antiche casse di risparmio e che esistono soggetti (come Santander, Bbva, La Caixa, ecc.) che sono in grado di far fronte senza problemi al deterioramento dei loro asset grazie ai profitti.

 

Oltre al problema delle banche, c’è però quello delle Comunità autonome.

 

Questo è sicuramente più grave di quello delle banche per via della sua difficile soluzione politica. Le Comunità autonome, infatti, sono amministrazioni sovradimensionate che devono ridurre di almeno un terzo-un quarto i loro apparati. Ciò significa che occorre tagliare tra i 375.000 e i 500.000 dipendenti pubblici. Il governo Rajoy crede che questi tagli potranno essere imposti con la Legge di stabilità.

 

Lei non sembra essere però d’accordo con questa linea.

 

Siamo in molti a pensare che una soluzione adeguata al problema richieda inevitabilmente una modifica dell’assetto istituzionale, che è possibile solo mediante una riforma costituzionale che ridistribuisca il potere tra lo Stato centrale e gli enti territoriali. Questa via verrà però percorsa solo quando sarà evidente il fallimento della soluzione governativa. Occorrerà dunque attendere l’anno prossimo.

 

Sembra che entro fine mese il governo presenterà un nuovo pacchetto di riforme. Di che cosa si tratta? Basterà a sistemare le cose?

 

In questo momento non sappiamo praticamente nulla del nuovo piano del Governo, perciò mi sembra molto rischioso fare speculazioni in merito.

 

(Lorenzo Torrisi)

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