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Economia e Finanza

FIAT/ Ecco perché non si possono più fare auto in Italia

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In estrema sintesi: impianti aperti 51 settimane all’anno; tre turni di lavoro; sabato lavorativo su richiesta dell’azienda; una componente salariale variabile agganciata ai risultati di produzione. In cambio di queste condizioni di lavoro “asiatiche” in Gm sono stati difesi i posti di lavoro esistenti e se ne sono creati di nuovi. Ora, in Jaguar, le Unions sono pronte a rilanciare, con qualche variante: Unite chiede che decada la distinzione di salario tra vecchie giovani e che la paga sia la stessa nei tre impianti del gruppo. Ma, soprattutto, vuole la garanzia che mister Tata non decida di spostare altrove la produzione di vetture i cui mercati principali, sia per quanto riguarda Jaguar che Land Rover, sono ormai ben lontani dal Regno Unito. Preoccupazione legittima, visto che Tata Motors sta costruendo fabbriche in Cina e in Brasile e non esclude un nuovo stabilimento in Arabia Saudita.

Inevitabile, a questo punto, un parallelo con quel che è avvenuto nel Bel Paese. Il conflitto sindacale inglese, pur aspro, ha portato a un accordo rispettato da tutte le parti. Il duello italiano ha provocato, come prevedibile, una lunga coda giudiziaria: si sono prodotti più ricorsi che automobili, si potrebbe dire con un paradosso. Intanto il Regno Unito, dove ha sede tra l’altro l’impianto più competitivo di Nissan a livello mondiale (a Sunderland si sfornano 700 mila pezzi in un anno), produce ormai un milione e mezzo di macchine all’anno, tre volte tanto dell’Italia. E poco conta che, in pratica, nessuna delle 12 aziende che operano oltre Manica sia a maggioranza inglese: il mercato è aperto a tutti, a conferma che la concorrenza può far miracoli.

Nel frattempo la Fiat ha sviluppato la sua strategia a tutto campo, a livello globale. Non è affatto vero, come ci si ostina a ripetere, che l’azienda “non ha modelli” o che “non investe”. Al contrario, tanto per limitarci a quanto successo nell’ultimo mese, Sergio Marchionne ha annunciato ai dealers di Chrysler il lancio di 66 nuovi modelli entro il 2014; a Shangai è stata presentata la Viaggio, l’auto destinata alla middle class cinese; lunedì scorso ha preso il via la costruzione della nuova fabbrica brasiliana di Fiat in quel di Pernambuco, 250 mila vetture all’anno, che si affiancherà allo stabilimento di Betim, il più importante del gruppo Fiat a livello mondiale.

Di fronte a quest’offensiva sarebbe logico attendersi dal mondo del lavoro un’inquietudine almeno pari a quella delle Unions britanniche. Al contrario, finora ci si è limitati a rassegnarsi al fatto che “è la globalizzazione, bellezza”, quasi un fenomeno naturale contro cui non resta che allargare le braccia: mica si può competere con il costo del lavoro cinese, brasiliano o serbo. Ma il costo del lavoro è solo uno dei fattori di competitività. Oggi più di ieri, e probabilmente meno di domani visto che si profila, grazie alle nanotecnologie e ai processi di produzione basati sulle tecnologie 3 D, un nuovo modo di produrre su piccola scala, in ambienti più ridotti, magari in centro città.

In questa cornice conta sempre di più la flessibilità che comporta elasticità nell’impiego della forza lavoro, ma anche di altri fattori ove un Paese efficiente, dotato di servizi che funzionano, di un’amministrazione efficiente e di una giustizia in grado di tutelare l’attività produttiva, può risultare più attraente di altri. È il caso della Svezia, ove non c’è stata la temuta migrazione di Volvo dopo il passaggio di proprietà ai cinesi di Geely. Al contrario, la presenza di una base produttiva in un Paese scandinavo, tra l’altro molto attento a tutelare il futuro del manufacturing (come dimostrano le ultime mosse di politica economica) , è un asso nella manica importante per garantire a Geely una maggior forza sul mercato cinese.


COMMENTI
21/09/2012 - In Italia non si faranno piu neanche le cariole (Giovanni Menegatti)

Questo articolo dovrebbero leggerlo il sig Landini il sig Airaudo e la signora Camusso, visto che loro dicono che la Fiat deve!! restare in Italia. Questi signori che sono gli stessi che negli anni trascorsi si sono battuti per foraggiare i signori Agnelli con il nostro denaro, adesso pretenderebbero che Marchionne dopo aver risanato l'azienda che era colassata rimanesse a produrre in Italia alle loro condizioni, che sono superate nel resto del mondo. Io sono sempre stato un lavoratore dipendente, pero vedo che oggi il mondo del lavoro è cambiato, percio bisogna adeguarsi al cambiamento. In Italia ci sono troppe cose che non vanno per attirare gli investimenti la flessibilità del lavoro la giustizia le tasse sul lavoro e sulle imprese, per questo io sono sempre più convinto che (a parte le auto di lusso)se continua cosi non riusciamo a fare più niente in questo paese, spero vivamente di sbagliarmi

 
21/09/2012 - Poteva andare peggio (Moeller Martin)

Vi immaginate che cosa sarebbe successo se avessero dato alla Fiat la Opel? Avremmo una Fiat di fatto tedesca. Comunque, dal punto di vista industriale, la vedo diversamente: 1.) La la Fiat non può abbandonare l'Italia che vale il 40% delle vendite europee. Senza essere il costruttore nazionale questa quota crollerebbe. 2.) Tagli di produzione? Che taglino pure alla Peugeot, alla Renault, alla Volkswagen la quale minaccia di chiudere la Seat se entro il 2014 non fanno utili ecc., ma se la Fiat non sviluppa nuovi modelli per mantenere la propria quaota di mercato, sarà comunque perdente. 3.) La Opel viene ridimensionata per decisione di Detroit/Washington. Oltre a non aggiornare la tecnologia, le viene impedito di vendere fuori dall'Europa mentre si crea concorrenza in casa con il marchio Chevrolet. 4.) Gli acquisti indiani e ancora più quelli cinesi non mirano a produrre automobili in europa ma a acquisire la tecnologia ex Ford. Una volta terminato il 'vampiraggio' taglieranno in Europa.

 
21/09/2012 - anch'io ho una domanda (francesco taddei)

lo sapete che l'iveco daily bimodale utilizza la stessa tecnologia della toyota prius? perchè allora non produrre in italia macchine con tale caratteristica? chi deve rispondere alla domanda, i sindacati o il ceo fiat?

 
21/09/2012 - Domanda (Diego Perna)

È tutto chiaro, mi manca solo un dato, e cioè quanto è la paga di un operaio in Inghilterra.