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Economia e Finanza

IL CASO/ Ecco i veri aiuti (non di Stato) che vuole Marchionne

Da Parigi, dove è in corso il Salone dell’auto, Sergio Marchionne ha spiegato che la Fiat non intende chiedere aiuti di Stato. UGO BERTONE ci spiega a cosa mira realmente il manager

Sergio Marchionne (Infophoto)Sergio Marchionne (Infophoto)

Misure urgenti sulla flessibilità e sul costo del lavoro. Altrimenti si dovranno rivedere gli obiettivi del piano industriale. Sulla prima pagina di Le Figaro campeggiano le richieste di Carlos Ghosn, pdg di Renault e di Nissan, al Governo (che è pure suo azionista al 15%) e alle Parti sociali. Una doccia fredda per Arnaud Montebourg, ministro socialista che dirige il dicastero del “redressement industriel”, la cabina di regia che dovrebbe conciliare la diversità francese con l’efficienza.

Intanto Michael Fallon, neo ministro del Business di Sua Maestà britannica (anche i nomi dei dicasteri hanno un valore nella complicata mappa della politica europea), arrivava al salone parigino dell’auto alla guida di un’agguerrita e sorridente squadra di manager: l’Inghilterra, dove operano con successo, nuovi investimenti e posti di lavoro aziende tedesche, indiane, giapponesi, francesi e così via, ha lanciato qui il piano “Tier One”, ovvero il progetto per attrarre a Nord della Manica i più importanti fornitori di componenti per auto. Salvo colpi di sorpresa, anche i coreani di Kia e Hyundai, oltre ai cinesi, sceglieranno Londra come quartier generale per il Vecchio Continente, grazie al costo del lavoro conveniente (23 euro l’ora, contro i 28 italiani e i 45 francesi) e alla flessibilità garantita dalle Unions. A Ellesmere, dove Gm trasferirà la produzione dell’Opel Astra, si lavorerà 51 settimane all’anno. Dallo stabilimento Nissan di Sunderland, il più efficiente del gruppo giapponese nel mondo, usciranno quest’anno più di 700 veicoli, il doppio circa della produzione italiana. E i sindacati di Jaguar Land Rover sono pronti a fare anche di più in cambio dell’impegno della proprietà, l’indiana Tata, a non trasferire la produzione in India, Brasile o nel nuovo impianto in Arabia Saudita.

Marciano su Parigi anche i generali di Volkswagen. Il mitico Ferdinand Piech si concede una battuta crudele sull’Alfa Romeo: “Abbiamo tempo...”. Più minaccioso il direttore finanziario Dieter Poetsch: “Per almeno due anni non ci sarà ripresa” E aggiunge: “Credo che qualche produttore non ce la farà. A meno che non intervenga lo Stato”.

Forse è il caso di riflettere su questo succinto e parziale riassunto delle posizioni che stanno emergendo nell’industria europea dell’auto, prima di render conto delle nuove dichiarazioni di Sergio Marchionne, che tanto nuove poi non sono. Ma hanno il pregio di far chiarezza dopo la comprensibile confusione delle polemiche nostrane, per la verità un po’ provinciali e datate se si guarda a quel che avviene nel mondo.

L’ad di Fiat e Chrysler ha ribadito ieri che “la Fiat non intende chiedere aiuti di Stato per l’auto”. Anche perché sa benissimo che l’Italia non ha soldi e che l’Ue, sotto la pressione dei tedeschi, non acconsentirà mai a deroghe in tal senso. In questo modo ha corretto l’infelice dichiarazione fatta una settimana fa, alla vigilia dell’incontro con l’esecutivo, quando sottolineò che “in Brasile la Fiat va bene perché là ci sono gli aiuti”. In realtà, la Fiat va bene perché si muove in un mercato dinamico e protetto dagli stimoli votati da Dilma Roussef.