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FINANZA/ I numeri che smontano l'ottimismo delle borse

Pubblicazione:martedì 4 settembre 2012

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Nel 2007, quando il boom di Wall Street era al suo culmine, Louise Yamada sentenziò: vendete. Ebbe ragione. Gli analisti tecnici, d'altronde, tendono a non seguire le emozioni o i rumors: seguono trend e indicatori, freddi come solo numeri e pattern possono essere. Oggi, Louise Yamada sta intravedendo gli stessi segnali di allora, con crescite continue delle Borse europee e statunitensi a fronte non solo di dati macro che tutto giustificano tranne che euforia sull'azionario ma anche della continua fuga degli investitori retail: nel solo mese di luglio i mutual funds americani hanno ritirato dal mercato qualcosa come 12,7 miliardi di investimenti.

Insomma, siamo in pieno rally da ricopertura degli shorts degli hedge funds. D'altronde, i volumi sono bassi e continuano a scendere, l'indice statunitense dei titoli legati al trasporto è rimasto indietro rispetto agli industriali del Dow Jones, un segnale di allarme storicamente riconosciuto. Insomma, in base alla cosiddetta Dow Theory siamo di fronte a un segnale di vendita. Nonostante i prezzi delle azioni siano ancora bassi in termini assoluti, la sbornia da debito ancora in atto non consente di superare la ratio price/earnings sopra quota 11. Sia l'indice Vix, quello che misura la volatilità, che la ratio tra put e call sul mercato delle opzioni, poi, segnala un trend simile a quello registrato nei picchi precedenti. Le posizioni speculative al rialzo sul Nasdaq cominciano a strizzarsi e il Brent sta avvicinandosi ai 120 dollari al barile, altro segnale chiaro che si stanno toccando i picchi prima della correzione.

D'altronde, i numeri parlano chiaro: l'S&P 500 da inizio giugno ha guadagnato il 10%, il CAC40 francese il 16%, il Dax tedesco il 15%, nonostante entrambe i Paesi stiano flirtando con la recessione. Non parliamo poi di Italia e Spagna, nazioni in piena depressione economica i cui indici in tre mesi hanno guadagnato rispettivamente il 20% e 24%, questo nonostante i rendimenti sui decennali sovrani siano 400 punti base sopra il tasso nominale di crescita del Pil, un trappola mortale. Inoltre, cresce sempre di più tra gli analisti la convinzione che il 12 settembre prossimo la Corte costituzionale tedesca possa bocciare il fondo ESM, ipotesi che alla Morgan Stanley quantificano del 40%: a quel punto, la correzione potrebbe essere davvero dolorosa, visto che impatterebbe direttamente sul mercato obbligazionario, legato a doppio filo ai titoli bancari, vista la quantità di debito sovrano che sta in pancia agli istituti del Vecchio continente.

Prendiamo l'esempio della Spagna, il cui ministro delle Finanze, Luis De Guindos, ieri ha reso noto che il Fondo di ristrutturazione bancaria ordinata (Frob) «procederà con un'iniezione di capitale per Bankia che sarà annunciata nelle prossime ore» (l'ammontare dei finanziamenti oscilla, secondo le previsioni, tra i 4 e i 5 miliardi di euro, necessari a coprire le perdite di 4,45 miliardi accumulate nel semestre e rese note da Bankia venerdì scorso). Tra dicembre 2011 e fine marzo 2012 le banche spagnole hanno comprato debito sovrano iberico per 109 miliardi di dollari, aiutate dalle politiche della Bce, la quale prima ha dato vita alle due aste LTRO e poi ha proceduto a sempre maggiori allentamenti dei requisiti per il collaterale, accettando di fatto anche la carta igienica come garanzia. 


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