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FINANZA/ 2. Bce del "giorno dopo", istruzioni per sopravvivere

Il dilemma dell'Ue è che manca una politica di bilancio comune. Ma senza la volontà dei governi è difficile riprendere il progetto europeo. Il punto di vista di GIUSEPPE PENNISI

(Infophoto) (Infophoto)

Il Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha delineato un programma di interventi che, come descritto altrove su questa testata, hanno l’effetto pratico di dare nuovi strumenti all’istituzione. Lasciamo ai giuristi il dibattito se tali strumenti siano in armonia con quanto previsto da trattati e statuti. Lasciamo a veggenti e chiromanti di valutare se e quanti stati chiederanno di essere ammessi al programma Omt (acronimo di Outright monetary transactions, Transazioni monetarie dirette) e se il programma avrà effetti positivi con soddisfazione di tutte le parti in causa. Chiediamoci piuttosto che cosa avverrà se gli auspici del programma prenderanno corpo. Non si vuole essere "bastian contrari" per partito preso. Però, uno degli aspetti sino ad ora poco sottolineati è che il successo (eventuale) della Bce avrà l’effetto di aumentare, nell’eurozona, gli squilibri tra una politica monetaria molto coesa e le politiche di bilancio nazionali, quindi di rendere asimmetrici i due pilastri portanti della politica economica (per quanto riguarda il terzo pilastro invece – la politica dei prezzi e dei redditi – nell’Ue, ma anche nell'eurozona stessa, si è sempre rimasti ad uno stadio puramente declamatorio).

Cosa si può fare dunque per giungere a una politica di bilancio se non "europea" almeno meglio articolata (a fini europei) dell’attuale?

Il Trattato di Maastricht è stato poco incisivo: i saldi previsti sono stati travalicati, quando le firme erano ancora calde, proprio dagli stati più importanti (Germania e Francia), anche se solo temporaneamente. Il Fiscal Compact, invece, se e quando sarà stato ratificato, dovrà esserlo da un numero sufficiente di stati per poter entrare in vigore. Tuttavia, sino a quando il bilancio dell’Ue e dell’eurozona sarà pari all’1,5% dei rispettivi Pil, non potrà incidere sugli andamenti macroeconomici. Il negoziato attualmente in corso tra i 27 vuole intanto portare al 2% del Pil il bilancio direttamente gestito dall’Ue, mentre occorrerebbe arrivare progressivamente al 20% per essere in grado “di mordere”. Qualche passo, indubbiamente, verrà fatto man mano che i bilanci di previsione nazionali verranno sottoposti ad un vaglio "europeo", come previsto nel Fiscal Compact. Sotto il profilo politico, ciò richiederebbe la soluzione di seri problemi di deficit di democrazia all’interno dell’Ue e dell’eurozona poiché non si può pensare di affidare politiche relative a somme di tale importanza ed incidenza a non-eletti bensì "nominati".

Ma ammesso che tali nodi vengano risolti, quali sarebbero le voci di entrata e di uscita che potrebbero essere trasferite più efficacemente e più agevolmente dai bilanci degli stati nazionali a quello europeo?

Le voci di uscita sono essenzialmente tre: a) spese per la difesa; b) spese per le relazioni internazionali; c) spese in conto capitale. Quanto alle spese per la difesa e per le relazioni internazionali, esse hanno il forte vantaggio di dare una fisionomia esterna all’Ue e all’eurozona. Inoltre, in termini di procedure contabili, le spese per la difesa sono da decenni armonizzate in ambito Nato. In paesi industrializzati ad economia di mercato, poi, le spese in conto capitale o sono per la manutenzione straordinaria di investimenti effettuati in passato (modernizzare strade, acquedotti, linee di trasmissione elettrica) o per grandi progetti (dalle infrastrutture fisiche a quelle telematiche di interesse europeo) e già adesso le stesse spese per la manutenzione straordinaria se superano determinati importi devono seguire regole europee.