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Economia e Finanza

MARIO DRAGHI/ L'illusione delle borse e quel bicchiere mezzo vuoto

Sebbene le borse in questo 2013 sembra non vogliano smettere di frizzare come le bollicine di Champagne, Mario Draghi è cauto. Il motivo? UGO BERTONE lo spiega a IlSussidiario.net

Mario Draghi (Foto: Infophoto)Mario Draghi (Foto: Infophoto)

Materia per una coppa di champagne, tanto per festeggiare un anno che, almeno sui mercati finanziari, è partito alla grande ce n'era in abbondanza. Sei mesi fa una buona parte della stampa specializzata, assieme ad una folta pattuglia di grandi gestori, dava l'euro per spacciato. Intanto lo spread di Italia e Spagna, per non parlare dei credit default swaps che ritenevano l'Italia un posto assai meno sicuro della Bulgaria, segnala l'imminenza dello sfaldamento dell'Unione Europea. Ora, al contrario, la periferia ha accorciato le distanze dall'Europa “core”, al punto che nessuno parla più dell'eventualità di un euro di serie A e di uno di serie B. l'Italia apre l'anno del debito con un rendimento dei Bot annuali da prefisso telefonico, sotto l'1%. E Piazza Affari, per il terzo giorno di fila, è la miglior Borsa europea. Insomma, Mario Draghi, aveva il diritto di inaugurare l'anno finanziario con una nota di soddisfazione.
Al contrario, ha preferito, a ragione, soffermarsi sul bicchiere mezzo vuoto, ovvero le condizioni ancora assai difficili dell'economia reale. Al momento rimangono prevalenti i rischi di un peggioramento dell'economia, ha detto Draghi, ed è cruciale che i governi continuino nell'opera di consolidamento dei conti pubblici, di rafforzamento dei rispettivi sistemi bancari e di varo delle riforme strutturali. Di più Draghi non ha voluto né potuto dire: l'economia reale soffre e soffrirà almeno fino alla fine del 2013. L'occupazione, nel migliore dei casi, ripartirà in maniera convincente qualche mese più tardi, a meno che la classe politica dei vari Paesi, Italia in testa, non getti alle ortiche l'occasione della ripresa.
Ma la banca centrale non può indicare all'opinione pubblica un obiettivo da perseguire con tutte le energie possibili. Eppur, come si è visto nel caso dello spread (o, prima ancora, ai tempi della convergenza verso la moneta unica) solo quando un problema può essere drammatizzato agli occhi dell'opinione pubblica in termini agonistici, si possono mobilitare con successo gli animal spirits dei contribuenti e dei cittadini. Ma, a differenza della banca centrale americana, la Bce non ha un mandato specifico sull'occupazione. E non può collegare in maniera esplicita la sua azione di banchiere centrale all'abbattimento del tasso di disoccupazione. Draghi, insomma, non può giocare d'attacco. Ma, per sua fortuna, la frenata della locomotiva tedesca, che secondo le anticipazioni dovrebbe aver registrato un brusco rallentamento nel quarto trimestre, lo mette al riparo da pressioni della Bundesbank sul fronte dei tassi: la Germania non può permettersi un aumento del costo del denaro anche se i prezzi dell'energia, spinti dalla ripresa cinese, puntano verso l'alto, con effetti rilevanti per l'inflazione.
Il 2013, cosa che spiega in parte la cautela di Draghi, promette di essere un anno pieno di insidie: la ripresa americana e quella giapponese, per non parlare della sorpresa del recupero cinese, avranno effetti robusti sul prezzo delle materie prime. L'industria Usa, in pieno recupero, rischia di diventare un concorrente assai temibile per la Germania.