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FINANZA/ Il “portafoglio” che mette in crisi la Bce

Pubblicazione:domenica 20 gennaio 2013

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Quando il latte nei silos aziendali caglia e con i quotidiani al mercato si incarta il pesce; quando ogni anno trenta milioni di automobili su novanta restano immobili e gli immobili restano vuoti, vuoti come gli sportelli bancari e quelli postali; quando la corrente elettrica non corre nei cavi e i commercianti non saldano le spese nemmeno con i saldi, allora il fare operoso degli operatori di mercato costa molto e rende poco.

C’è chi ha fatto e chi non fa: chi, solerte, ha prodotto quel latte, quei giornali, quelle auto, insomma, quel che c’è da produrre, ricevendo, per quel fatto, danari. Poi c’è chi non può fare quel che gli spetta, per acquistare il fatto, perché trova in tasca pochi denari per farlo. Questo quel che la crisi mostra, nonostante questi operosi facitori siano stati costretti a impudiche fornicazioni con politiche monetarie, fiscali, e pure keynesiane, con l’intento di turare le falle.

Questo quel che accade: vi sono ancora persone renitenti all’acquisto, che così riducono il valore delle merci prodotte, riducendo nel contempo il valore del lavoro impiegato per produrle. Viene ancor più ridotto il remunero di quel lavoro, così come il volume delle merci da produrre. Vi saranno ancor più risorse inutilizzate, ancor meno ricchezza da distribuire tra le persone stesse.

Così si entra nel 2013. La Banca centrale europea prevede e non lascia scampo: “La debolezza dell’economia nell’area dell’euro si protrarrà anche nel 2013”. Nell’ultimo bollettino mensile indica in particolare che gli aggiustamenti di bilancio necessari nei settori finanziario e non finanziario, nonché la persistente incertezza, seguiteranno a gravare sull’attività economica.

Non paghi, i banchieri centrali, con una botta di ottimismo, seppur al condizionale, chiosano: nel prosieguo dell’anno si dovrebbe registrare una graduale ripresa; l’orientamento accomodante della politica monetaria, unitamente al netto miglioramento del clima di fiducia nei mercati finanziari e alla loro minore frammentazione, dovrebbe trasmettersi all’economia e la domanda mondiale dovrebbe rafforzarsi.

Che dire: chi crede a tal fallacia alzi la mano!



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