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Economia e Finanza

FINANZA/ Ecco la "merce" italiana che fa gola alla Germania

L’Eurozona sta certamente vivendo un momento non facile, con grandi squilibri tra i paesi che vi appartengono. MAURO ARTIBANI ci spiega come si potrebbero risolvere

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Regione dell’Europa economica che associa stati autonomi; senza dazi né gabelle consente la libera circolazione delle merci. Abitata da operatori di mercato: milioni di imprese producono valore, centinaia di milioni di consumatori producono il consumo di quel valore, spendendo un’unica moneta, per generare ricchezza. Eurozona s’appella quel sistema che ha estratto virtù economica dalle risorse produttive e da quelle improduttive messe in campo.

Più o meno 12.000.000.000 di dollari l’incasso per anno mettendo a profitto vantaggi e svantaggi. Una Spa di operatori che agisce dentro processi globalizzati: per contenere il costo del lavoro riduce stipendi e salari, finanzia così l’aumento della produttività, rintuzza la concorrenza. Con l’abbondante impiego delle politiche di reflazione, per sostenere la spesa, viene alterato il meccanismo di formazione dei prezzi, imprigionato il libero mercato. Con il debito, che ha surrogato i redditi, si è sollazzata quella spesa dei privati ben oltre il bisogno e i profitti di chi così ha smerciato; ha foraggiato la spesa pubblica, ha invitato le imprese alla spesa per gli investimenti. Tutti hanno speso. Già, quella spesa aggregata che fa il reddito, cos’altro sennò?

Cotanto fare fa la crescita, fatta a debito prima o poi si impalla. Si impalla! Tornano insufficienti i redditi riducendo la capacità della spesa privata che riduce la convenienza delle imprese al loro spendere. Il ridotto prelievo fiscale riduce la spesa pubblica, il consolidamento fiscale la taglia. Tal spending review degli agenti economici blocca il meccanismo dello scambio domanda/offerta.

Scatta l’allarme, arrivano gli economisti, è affar loro: vengono quelli di Chicago a dire; quelli Austriaci sono lì a due passi, dicono; i keynesiani, i neo e i post- keynesiani propongono. Le dottrine si danno battaglia: debito si, no, ni. I politici, già lì, si elidono, si eludono; si incontrano, si scontrano, si impegnano, si disimpegnano senza cavare il ragno dal buco. Sì perché se il debito sale impalla la crescita, nel tentativo di ridurlo si va in recessione.

Signori, per tornare a crescere occorre fare quel che si deve senza fare debito. Lo spazio si intravvede. Dentro gli Stati e tra gli Stati ci sono aree dove si produce più di quanto si consuma e altri dove accade l’inverso. I primi hanno bisogno di acquirenti, i secondi di venditori. Gli squilibri nelle bilance commerciali di quei paesi lo mostrano, esponendo costi e ricavi. Lo mostra quella parte di debito fatta per dare sostegno al tenore di vita necessario a smaltire le merci prodotte altrove. Lo mostra pure l’affanno della spesa pubblica corrente che fa un bel pezzo di Pil e quella che retribuisce chi nel “pubblico” lavora per fare pur essi la spesa. Lo mostra il deficit e il costo del debito di chi importa; il surplus e il vantaggio a indebitarsi di chi esporta. Affanni e guadagni che lo spread misura e grida.