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FISCAL CLIFF/ Debenedetti: un "fallimento" per Obama (e le Borse?)

Secondo FRANCO DEBENEDETTI, l’accordo raggiunto sul Fiscal Cliff rappresenta l’incapacità dell’Amministrazione Obama di guidare il Paese, e cavalcare i processi storici ed economici

Barack Obama (Infophoto) Barack Obama (Infophoto)

Il famigerato Fiscal cliff, ovvero il baratro fiscale, una catastrofe recessiva, che avrebbe prodotto un aggravio contributivo per il 98% della popolazione americana, è stato evitato; senza l’accordo tra la Casa Bianca e il Congresso, sarebbero scaduti gli sgravi previsti dall’Amministrazione Bush, e quelli introdotti da Obama. Contestualmente, sarebbe entrato automaticamente in vigore, dal primo gennaio, un piano di tagli alla spesa per un totale di 607 miliardi di dollari solo nel 2013. L’intesa raggiunta dal vicepresidente Joe Biden e dal leader della minoranza repubblicana al Senato Mitch McConnell prevede, a questo punto, l'aumento delle tasse per i redditi superiori ai 450mila dollari l'anno e rinvia di due mesi il piano di tagli alla spesa. Franco Debenedetti, editorialista de Il Sole 24 Ore, ci espone le sue valutazioni.

 

Come giudica, anzitutto, l’accordo in sé?

 

Il Frankfurter Allgemeine Zeitung di oggi (ieri, ndr) ha in prima pagina, sotto il titolo “Quo vadis, Amerika?“ una vignetta di Willy, il Coyote dei cartoni animati, che sullo sprint prosegue per alcuni passi oltre il precipizio prima di rendersi conto che neppure lui può battere la gravità, e piombare in basso. Alludendo, mi pare, al fatto che se il primo gennaio non fosse stato festivo, i tagli automatici sarebbero già scattati. E il coyote sarebbe caduto

 

Dall’accordo possiamo dedurne lo stato dell’economia americana?

 

La portata immediata del fatto è politica. L’impatto sull’economia, in qualunque caso, viene dopo.

 

Ci spieghi.

 

L’Amministrazione Usa e il Congresso non sono stati capaci, in tutti questi mesi, di raggiungere un accordo. Il Presidente non ha ritenuto di convocare i rappresentanti del Congresso nella Stanza Ovale e di convincerli uno per uno, come aveva fatto Clinton. Il Financial Times fa un altro paragone: Obama non ha trovato dentro di sé il suo Lyndon Johnson. Adesso Obama va in giro trionfante a dire che per la prima volta i Repubblicani hanno votato un aumento di tasse, ma il lavoro l’ha fatto fare al suo vice, John Biden.

 

Quindi?

 

I numeri due dei presidenti americani di solito vengono eletti per accontentare minoranze interne, e Biden finora era noto, più che altro, per le sue gaffe. Piuttosto, perché Obama non si è speso in prima persona? Nessuna risposta è lusinghiera per il presidente e rassicurante per gli osservatori. Non va bene neanche ai Repubblicani, perché il fallimento del precedente negoziatore John Boehner li indebolisce. Anche il fatto che Joe Biden e Mitch McConnell stessero a negoziare mentre 99 senatori e oltre 400 deputati stavano ad aspettare, ha lasciato strascichi negativi, al Congresso e nel Paese

 

Questo cosa comporta?