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Economia e Finanza

FINANZA/ Il filo che unisce Mps, Cipro e Irlanda

Mario Draghi (Infophoto)Mario Draghi (Infophoto)

Tanto più che per una Bce che tenta in ogni modo di non destabilizzare la situazione, c’è un’altra Bce che scherza col fuoco, negando - come ho detto prima - all’Irlanda un ammorbidimento delle condizioni per il salvataggio da 30 miliardi di euro di Anglo Irish Bank, di fatto mettendo a rischio la ripresa dell’intero settore nel Paese e ponendo il destino di Dublino nelle mani dei creditori internazionali. Pressoché tutte nazionalizzate con soldi dei contribuenti, per sperare di tornare sul mercato le banche irlandesi necessitano che il governo raggiunga un accordo con la Bce per ottenere forme piene di finanziamento privato a condizioni non devastanti. Stando alle condizioni attuali, l’Irlanda dovrà pagare 3,1 miliardi di euro all’anno fino al 2023 per onorare una nota compromissoria firmata per sottoscrivere Anglo Irish Bank, mentre il governo vorrebbe convertire quella nota in bonds governativi a lungo termine emessi dall’Irish Central Bank. Per ora, lettera morta.

E il tutto in un momento in cui le banche cominciavano a dimostrare che può esserci vita dopo la crisi: Bank of Ireland, controllata al 15% dallo Stato, ha emesso 1 miliardo di euro di covered bonds lo scorso anno, mentre Aib, nazionalizzata al 99,8%, ha emesso covered bonds per 500 milioni di euro questa settimana, con domanda quattro volte superiore all’offerta. Oltretutto a fronte anche di un miglioramento del mercato immobiliare, l’esplosione della cui bolla devastò i bilanci degli istituti: a Dublino i prezzi degli immobili e il numero di mutui concessi, dopo un -60% dai massimi, comincia finalmente a dare segni di miglioramento. Un azzardo, quindi. Altro che Mps.

 

P.S. L’attacco all’Italia è partito. Se avevate creduto davvero alla favola dello spread nel novembre 2011, al baratro greco, a pensioni e stipendi a rischio per quella quota 575 punti base, eccovi la prova che vi sbagliavate. Ieri Piazza Affari ha chiuso a -3,36%, devastata da una raffica di sospensioni al ribasso, scatenate fin dal mattino da Saipem, titolo energetico controllato da Eni, giunto a perdere oltre il 30% e incapace, nelle prime fasi, addirittura di prezzare. Lo spread? Plaicido come un lago di montagna, circa 10 punti base di aumento in tutto, nonostante il peggior crollo azionario in sei mesi, 4,5 miliardi di euro di capitalizzazione bruciati da Piazza Affari e a dispetto anche di un ulteriore rafforzamento euro/dollaro a 1,35. Colpa del profit warning reso noto martedì sera dal management di Saipem, che ha rivisto catastroficamente al ribasso le stime sui margini del 2013, sia per il cambio di management avvenuto a fine anno, sia per l’inchiesta che vede l’azienda coinvolta in un’inchiesta per presunta corruzione in Algeria da parte della Procura di Milano. Tutto sacrosanto.

Qualche domanda, però, resta. Perché fondi esteri stanno scaricando con violenza pacchetti azionari proprio ora, a un mese dal voto? Perché scoppiano scandali che toccano industrie e banche proprio ora, quando di Mps sapevano anche le mattonelle del pavimento almeno da quattro anni e la vicenda Saipem-Algeria riguarderebbe contratti del 2009 e non pare che la Procura abbia novità eclatanti da comunicare o su cui agire a breve? Prima Mps è stata gonfiata sulle ricoperture dei fondi che chiudevano posizioni ribassiste assunte in precedenza e, guarda caso, poi arriva lo scoop che sega la carriera e la sedia a Mussari e fa esplodere un’inchiesta degna di Tangentopoli nel giro una settimana, su fatti noti in gran parte da anni e anni. In compenso, Monti-bond intascati e nazionalizzazione-maschera ormai garantita, con tanto di calo del peso della Fondazione ormai certo, al netto delle minusvalenze che dovranno accettare i soci: tra cinque anni, Mps quei soldi non potrà mai ridarli, quindi al netto di tutto lo Stato diventerà proprietario dell’82% dei titoli, quindi della banca. Fallita. Fare come in Gran Bretagna con Lloyds Tsb o Royal Bank of Scotland non era meglio?

Ieri Saipem, devastata in Borsa dalla vendita da parte del fondo Fidelity di un pacchetto azionario pari al 2,3%, cessione avvenuta prima del profit warning. Decisamente prima, visto che fonti londinesi confermano a ilsussidiario.net che il placement a 30,65 per azione è avvenuto lunedì, mentre il profit warning è stato reso noto martedì sera a Borsa chiusa. Non è tanto l’eventuale insider trading a preoccuparmi, non sono una verginella, ma un quesito: qualcuno sta forse cercando di mettere in ginocchio il Paese e tramutarlo in un supermarket a prezzo di saldo, accelerando questioni sul tavolo da anni e tramutandole in scandali a orologeria? O, peggio, si stanno creando sui mercati le condizioni per il nostro commissariamento da parte di Ue-Fmi a ridosso o subito dopo il voto, visto che a quel punto una sola persona potrebbe - e, forse, vorrebbe - guidare un governo commissariato da Bruxelles? Altro che il 1992...

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