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SPY FINANZA/ Italia commissariata, gli indizi ci sono

Pubblicazione:martedì 1 ottobre 2013

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Nei rumors si parlava infatti di un taglio in area sub-investment, ovvero quel rating che obbliga per statuto fondi asiatici e statunitensi a vendere, non potendo detenere in portafoglio tali securities per la sicurezza dei clienti (sono fondi, non hedge funds): fosse stato davvero così, lo spread ieri mattina sarebbe stato a 400, ma qualche banca francese avrebbe chiuso per fallimento. Quindi, non scherziamo. L’attenzione delle agenzie di rating ce la siamo cercata noi, tanto che ieri pomeriggio la francese Fitch si è sentita in dovere di avvertirci che la situazione di instabilità politica in Italia mette a rischio il raggiungimento degli obiettivi fiscali e, di conseguenza, potrebbe portare l’agenzia ad abbassare il rating BBB+ assegnato al Paese. Olè, altro che carico da novanta di responsabilità da imputare a chi disturberà il manovratore di un Letta-bis. Peccato che dopo questa comunicazione, lo spread attorno alle 15 è sceso da 274 a 268 punti base.

Terzo fattore, a fine aprile Goldman Sachs raccomandò di andare long sul Btp decennale contro i pari scadenza francesi fino a uno spread di 221 punti base, livello che con la fiammata iniziale è stato rotto e può aver indotto qualcuno a chiudere la posizione: peccato che, nei fatti, gli spread italiani trattano già sopra i livelli fair di Goldman Sachs, circa 210 punti base. Ovvero, i fattori politici sono già incorporati, non servono le dirette da Fazio per drammatizzarli o renderli mediaticamente appetibili. Almeno per chi investe. Quarto e ultimo punto, ancorché il più importante: grazie a Draghi e ai suoi soldi a pioggia, circa due terzi dello stock di titoli pubblici italiani sono ora in mani domestiche, sostenute dall’attuale riallocazione degli investitori al dettaglio fuori dalla liquidità. Di fatto, l’Italia ha finanziato il deficit 2013 e c’è un importo limitato di bond in scadenza da qui alla fine dell’anno.

Ecco il punto nodale: si possono gestire crisi pilotate come queste soltanto perché i numeri lo consentono. Stando a dati di Bankitalia diffusi lo scorso luglio, alla fine del mese di aprile il debito italiano in mano estera era pari a 673,9 miliardi di euro dai 689,5 del mese di marzo, con acquisti nello stesso mese pari a 39,4 miliardi dai 40,5 del mese di marzo. Di più, nel giugno del 2011 gli investitori stranieri detenevano 813,5 miliardi di euro del nostro debito: insomma, il deleverage da paura per il debito eccessivo e la crisi dei periferici, di fatto c’è già stato. A fronte di quei 673,9 miliardi, però, ci sono 400 miliardi di euro di nostro debito pubblico in mano a banche italiane, frutto del carry trade di sostegno implicito nelle due aste Ltro e nel messaggio di Draghi, quel «farò tutto quanto necessario per salvare l’euro» tramutatosi nella certezza dell’esistenza di quel meccanismo mitologico conosciuto come Omt, il quale invece non solo non esiste ma facilmente verrà strozzato nella culla entro fine anno dalla Corte costituzionale tedesca.

Qui, sta il problema: per quanto i mercati faranno ancora finta di credere al bluff dell’Eurotower prima di andarlo a vedere? E a quel punto, o quando ci sarà la certezza che il momento si sta avvicinando, varrà come sempre la regola del “chi vende per primo, vende meglio”? La Bce continuerà a garantire affinché il mercato non abbia timore sul criterio valutativo mark-to-market del prezzo di quei bond nei bilanci delle banche italiane? Tutto sta nelle segrete carte dei nostri istituti: quanti dei bonds comprati con il badile per abbassare artificialmente lo spread sono a contabilizzati davvero a bilancio come “held to maturity”, ovvero come investimento che arrivi a scadenza e non come strumento speculativo da scaricare in ogni momento, quando crescono i timori?

Il mercato queste cose, a differenza nostra, le sa: e quindi, al momento più propizio, potrebbe testare davvero la minaccia di Draghi e allora saranno le nostre banche a metterci più o meno sul patibolo, a sacrificare azionisti e bonus sull’altare del cosiddetto bene comune. Il premier Letta ha detto che «pregare per l’Italia in questi prossimi tre giorni, è certamente utile»: alla luce della situazione, pare inquietante. Soprattutto se visto anche attraverso un’altra lente d’ingrandimento: vi pare una combinazione che nel pieno di una crisi di governo si compiano due atti epocali per l’economia e l’assetto dei poteri forti del Paese come la vendita di Telecom a Telefonica e l’addio di Enrico Cucchiani, amministratore delegato della principale banca italiana - per valore di assets - a causa della perdita della fiducia da parte degli azionisti, gli stessi che grazie a lui godono del titolo ai massimi da due anni? Anche in questo caso, come per il caso Telecom, tutto di colpo, di un botto, in cinque minuti e con il successore, Carlo Messina, subito operativo.


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