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INCHIESTA/ Le banche italiane sono davvero "maltrattate"?

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Se da una parte, proprio in Italia, si attacca questo principio, dall’altra ci si lamenta poi che il prestito venga concesso “a chi già li ha” o può contare su garanzie esterne, andando così a deprimere il “merito” di chi ha solo capacità di lavorare o buone idee (il che riduce la mobilità sociale); chi punta tanto l’attenzione su una visuale “sistemica” dovrebbe pensare anche a questo. In altre parole, il problema potrebbe stare non nelle definizioni italiane, ma in quelle più lasche degli altri paesi. E tutto questo senza voler addentrarsi sull’effettivo valore nella pratica di alcune garanzie personali e reali…

Un problema ben maggiore sono i downward requirement, cioè il fatto che il peggior status di una certa forma di affidamento venga automaticamente esteso a tutte le forme di affidamento che fanno capo a quel cliente: se ho un leasing, un mutuo ipotecario e un finanziamento personale, e comincio a saltare le sole rate di leasing fino a far qualificare quell’unico “prodotto” come uno scaduto o peggio, sarà l’intera mia esposizione fatta di mutuo leasing e prestito a venir qualificata con quel peggior status, indipendentemente dalla regolarità dei pagamenti su questi altri “prodotti”. Solo la Finlandia ha un atteggiamento ugualmente rigido. L’assenza di un orientamento delle autorità internazionali su questo punto fa pensare che il requisito sia effettivamente eccessivo. C’è una ratio per questa “dura” posizione di BdI? Sospendo la risposta.

Un problema “sistemico” che tende a generare indici di copertura “bassi” è invece evidenziato direttamente da BdI: le procedure giudiziarie di recupero dei crediti sono particolarmente lunghe, e inducono le banche a costituire con gradualità gli accantonamenti. La lentezza della giustizia è un problema fondamentale dell’Italia, e questa ne è un’ulteriore manifestazione. Credo non debba stupire che poi proprio in Italia si finisca per adottare criteri particolarmente stringenti sul “default”, come le clausole di downward requirement: in qualche modo il sistema deve recuperare gradi di prudenzialità persi su altri aspetti.

Una prima conclusione è che, a livello qualitativo, le comuni lamentele hanno un parziale fondamento. Ma a livello quantitativo c’è ancora molto da dimostrare per definire fino a che punto le “durezze” formali di BdI pesino sulla concessione del credito e quanto la fase corrente non sia, più semplicemente, la conseguenza di “cattivi prestiti” concessi in passato e di un sistema di incentivi anche giuridici perversi.

Andando ora sul lato quantitativo, richiamo i risultati delle ultime ispezioni di BdI, condotte su 20 gruppi bancari sia su un campione “mirato” di posizioni (guardando a sofferenze, incagli, scaduti) che su un campione “statistico” (guardano alle sole sofferenze). BdI ha riscontrato tutta una serie di carenze nella gestione di crediti e garanzie; riallineate le pratiche agli indirizzi di BdI, le rettifiche sui crediti sono salite da 7,4 miliardi di euro a 10,8 miliardi per il campione “mirato”, e da 1,65 miliardi a 1,95 miliardi per il campione “statistico”. Guardando al campione “mirato”, quel che salta all’occhio è che, pur escludendo il discorso dello scaduto, gli accantonamenti erano poco più di due terzi del dovuto: questo significa che vi è un problema effettivo di tendenziale sotto-copertura rispetto alla rischiosità del portafoglio. Il punto quindi non è l’inclusione o meno degli scaduti nel credito a “default”, bensì il livello di accantonamenti rispetto alla qualità del credito, o meglio la dinamica della qualità del credito.

Questo non deve stupire. Dovremmo infatti chiederci come siano state possibili certe retribuzioni e dividendi in una fase congiunturale tanto difficile e per di più nel fanalino di coda (Grecia esclusa) dell’economia europea. Non è un caso che BdI, a fine analisi, suggerisca la riduzione dei costi operativi delle banche specificando “il contenimento delle politiche di distribuzione degli utili e di remunerazione degli amministratori e dirigenti, coerentemente con la redditività e l’adeguatezza patrimoniale di ciascuna banca”. Forse è questo il pungolo più fastidioso, per alcuni, di tutta la vicenda (ed è una chiave di lettura del perché l’Abi abbia recentemente ritirato l’adesione al Ccnl bancario).


COMMENTI
10/10/2013 - Chi è maltrattato? Le banche o le imprese? (claudia mazzola)

Lo scorso anno era stato archiviato con un triste record, relativo al numero di aziende bresciane che avevano chiuso per sempre. Erano state ben 344. Una cifra mai raggiunta nella storia imprenditoriale della nostra provincia. Ma il 2013 è purtroppo ben avviato verso il superamento di questo livello. Da gennaio a settembre, infatti, il Tribunale di Brescia ha decretato il fallimento di 252 società, mentre nei primi nove mesi del 2012 ci eravamo fermati a 222 aziende (232 nel 2011, quando l’anno si era chiuso poi con 316 fallimenti). In settembre le imprese bresciane fallite sono state quattordici. Questo è quanto!