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INCHIESTA/ Le banche italiane sono davvero "maltrattate"?

Pubblicazione:giovedì 10 ottobre 2013

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Ultimamente molti hanno accusato la Banca d’Italia (BdI) per la sua particolarmente “conservativa” Vigilanza sulle banche (ad esempio, queste pagine hanno ospitato l’articolo di Mauro Bottarelli “Perché il Financial Times mette in croce le banche italiane?”). La critica ruota essenzialmente sull’adozione di una definizione di “credito in default” più ampia di quanto viga in altri paesi, il che fa apparire il grado di copertura (la parte dei crediti “cattivi” coperta da accantonamenti) più basso che altrove e implica quindi maggiori - eccessivi - accantonamenti a copertura del rischio di credito; questa impostazione (in assenza di aumenti di capitale) si traduce in una ulteriore contrazione del credito concesso. Un’estrema rigidità e intransigenza rispetto al resto d’Europa che rende BdI sorda alle esigenze sia delle banche che dell’economia in generale, impone un andamento pro-ciclico del credito, e aggrava il credit crunch.

Io offro una lettura un poco diversa. Voglio richiamare i risultati dell’ultimo giro di ispezioni di BdI, da cui sono appunto seguite importanti richieste di maggiori accantonamenti. Mi rifaccio quindi al relativo documento “La recente analisi dei prestiti deteriorati condotta dalla Banca d’Italia: principali caratteristiche e risultati”, e agli ivi richiamati “Rapporto sulla stabilità finanziaria, numero 5 Aprile 2013” sempre di BdI e “Nonperforming Loans in Western Europe - A Selective Comparison of Countries and National Definitions” (2013) di Stephan Barisitz.

Anzitutto, la definizione di “default”, cioè di credito in condizioni di difficoltà di vario grado, è più ampia in Italia che all’estero? La risposta qualitativa che dà Barisitz è “sì”. All’interno di un campione di paesi (Austria, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Portogallo, Spagna e Regno Unito), Barisitz identifica una disciplina “media” in quella adottata dalla Francia, e rispetto a questa la definizione italiana è - qualitativamente - più gravosa (ad esempio, evidenzia anche Bottarelli, in Italia si includono anche forme di scaduto per problemi “temporanei” e “risolvibili in tempi ragionevoli”). Questo “gonfia” la massa di credito da “coprire”, facendo apparire gli accantonamenti come percentualmente minori.

In realtà, è la stessa BdI che ammette il problema, e ne ha tenuto ben conto nel corso delle proprie ispezioni, come vedremo più avanti. Va detto anche che in generale la definizione delle situazioni di difficoltà del debitore, quando non supportate da ritardi effettivi nei rimborsi superiori a 90 giorni, è abbastanza generica, e permette - e ha ampiamente permesso - una certa “gestione” delle posizioni. Lo stesso Barisitz, che solleva il problema in termini qualitativi, evita esplicitamente di esprimersi sull’effettiva rilevanza quantitativa del problema. Esistono comunque ben altri parametri che incidono nel trattamento del default, come i downward requirement, il ruolo delle garanzie, il trattamento dei crediti ristrutturati, e via dicendo. La valutazione generale si conferma maggiormente “conservativa” per l’Italia. Ma andiamo più nel dettaglio.

Una lamentela diffusa è che i dati italiani non vengano depurati della parte “coperta” da garanzie. Anzitutto la presenza di una garanzia non incide sulla definizione di default in nessun Paese, tranne che in Portogallo. Il problema resta quindi sul solo calcolo dell’esposizione di quanto è comunque, in tutta Europa, un credito in default. Su questo punto pare che manchi - al momento - una disciplina omogenea in Europa, ma se si guarda al calcolo dei requisiti di capitale, anche in Italia le posizioni vengono “pesate” in relazione alla presenza di garanzie in forza di una disciplina europea. La questione fondamentale è che proprio come principio (Fmi) si vuol che il credito venga concesso direttamente in ragione delle capacità del debitore di assolvere di per sé all’obbligazione, in un certo senso proprio con i maggiori redditi dall’impiego/investimento permesso dal finanziamento stesso; detto questo, ha senso che lo stato di default venga definito a prescindere da garanzie esistenti, e avrebbe un senso anche che, per stimolare le capacità di valutazione professionale del credito, le coperture - almeno in parte - prescindessero dalle garanzie (che restano come recupero del credito dichiarato perso).


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COMMENTI
10/10/2013 - Chi è maltrattato? Le banche o le imprese? (claudia mazzola)

Lo scorso anno era stato archiviato con un triste record, relativo al numero di aziende bresciane che avevano chiuso per sempre. Erano state ben 344. Una cifra mai raggiunta nella storia imprenditoriale della nostra provincia. Ma il 2013 è purtroppo ben avviato verso il superamento di questo livello. Da gennaio a settembre, infatti, il Tribunale di Brescia ha decretato il fallimento di 252 società, mentre nei primi nove mesi del 2012 ci eravamo fermati a 222 aziende (232 nel 2011, quando l’anno si era chiuso poi con 316 fallimenti). In settembre le imprese bresciane fallite sono state quattordici. Questo è quanto!