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FINANZA/ I nuovi giochi degli speculatori sulla Grecia

Pubblicazione:sabato 12 ottobre 2013

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Attenzione, sta per succedere qualcosa in Grecia. E temo non sarà qualcosa di gradevole. Tre giorni fa, infatti, il Wall Street Journal, quindi un quotidiano che non pubblica le cose a caso, ha sparato come un siluro i verbali della drammatica riunione del 9 maggio 2010 in cui il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha dato il via libera al primo piano di aiuti per il Paese ellenico. E cosa emerge da quelle minute? Ciò che diciamo da almeno tre anni: il salvataggio della Grecia, in realtà, è stato il salvataggio delle banche, specie quelle francesi e tedesche, piene fino al collo di titoli di Stato di Atene, cui è stato garantito il tempo per mettere in sicurezza i propri conti, a spese dei cittadini ellenici. I documenti, classificati come riservatissimi e segreti (e casualmente pubblicati solo oggi), parlano chiaro: più di quaranta paesi, tutti non europei e pari al 40% del board del Fondo, erano contrari al progetto messo sul tavolo dai vertici Fmi, poiché definito «ad altissimo rischio e concepito solo per salvare i creditori, nella gran parte banche del Vecchio continente e non la Grecia». Insomma, puro buon senso. Peccato che frau Merkel e il buon Sarkò, gli stessi che ridacchiavano di Berlusconi con postura da grandi statisti, non potevano permettersi di usare il buon senso, dovevano salvare le terga ai loro istituti di credito che negli anni si erano comportati come fondi speculativi e non banche commerciali, ammassando posizioni miliardarie sul lucroso, quanto rischioso, debito ellenico.

I critici sostenevano che le previsioni del Fmi erano sovrastimate e che Atene avrebbe pagato un costo salatissimo in termini di recessione e disoccupazione, ma Stati Uniti ed Europa, leggi Parigi e Berlino, tirarono dritto. Grazie a loro abbiamo buttato non vi dico dove 230 miliardi di prestiti, lasciando la Grecia a pezzi e con il tasso di disoccupazione più alto di sempre. In compenso, se l’obiettivo del piano era quello di consentire alle banche di ridurre la loro esposizione ad Atene, la missione è stata compiuta alla grande. All’epoca del meeting del Fmi, le banche francesi avevano in portafoglio 78,8 miliardi di titoli di Stato ellenici e quelle tedesche 45 (le nostre, quelle più massacrate dai bontemponi dell’Eba, solo 6,8). Pochi mesi dopo, questa bomba a orologeria era già ridotta di un quarto, con le banche tedesche che vendevano come se non ci fosse un domani alla Borsa di Stoccarda e i gonzi compravano, a un prezzo ancora più che interessante. Quando arrivò il momento dell’haircut, la loro esposizione era stata tagliata a un livello tale da garantire di poter gonfiare il petto verso il mercato, snocciolando perdite a bilancio più che limitate.

D’altronde, pochi giorni fa la stessa Christine Lagarde, numero uno del Fmi, in un’intervista alla Cnn ha ribadito che «sarebbe stato meglio ristrutturare il debito privato prima del marzo 2012, ma il rischio era di mettere ko tutta l’Europa». Leggi, le banche tedesche e francesi. Ora abbiamo la conferma, con tanto di timbro del Fmi, delle tesi che stiamo sostenendo da mesi e mesi. Adesso, però, tocca capire il cui prodest del timing di questa uscita, visto che dubito ci siano voluti oltre tre anni affinché qualche manina compiacente facesse uscire quelle minute dalla sede del Fmi a Washington. Io una mezza idea, ce l’ho.


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