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Economia e Finanza

ALITALIA/ Gli ex lavoratori: ci rivolgeremo alla Corte di giustizia europea

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Alla fine del 2008 il mondo di “quelli che contano”, e che forse avevano già da tempo deciso la fine di Alitalia, sentenziò la chiusura della compagnia (dichiarazione di insolvenza inizio settembre 2008 e dismissione del certificato di operatore aeronautico 12 gennaio 2009). Chiunque si sia approcciato a questa vicenda sa bene che il nodo principale e prioritario da risolvere - si era in campagna elettorale - era l’impatto sociale delle migliaia di posti di lavoro che si sarebbero persi. Quindi era necessario evitare a tutti i costi che la vertenza prendesse derive conflittuali di massa. Cosa uscì allora dal cilindro della politica italiana al posto del coniglio? Una leggina, la 166, che sistemava tutto: la cassa integrazione venne portata a 4 anni, cui si aggiunsero 3 anni di mobilità. Sistemato il “quando”, si mise mano al “quanto”, implementando il fondo Fsta finanziato da una tassa sui biglietti aerei che avrebbe dato un’integrazione salariale pari all’80% di quanto percepito nell’ultimo anno. A questo punto si poteva procedere a proprio piacimento, mandare a casa i lavoratori più anziani, che a queste condizioni non avrebbero protestato più di tanto, selezionare il personale “migliore” per le assunzioni, avere 300 milioni di “prestito ponte”, comprare AirOne, chiamare i patrioti per affidargli la parte di azienda al netto dell’indebitamento e vincere le elezioni politiche. Il resto è noto. A fronte di tutto questo, i cassaintegrati Alitalia più che privilegiati sono stati merce di scambio politico-sociale.

 

In che senso?

Gli “esuberi” sono stati mandati a casa (dopo 30 anni di lavoro) con una mail di comunicazione (un freddo e anonimo documento di poche righe). Nessuno si è interessato di capire che cosa significasse perdere il lavoro, essere spediti nei gironi infernali della burocrazia italiana, vivere storie di solitudine, di depressioni, essere considerati privilegiati anche se i primi pagamenti sono arrivati dopo tre mesi dalla chiusura aziendale. La continuità nelle perdite della vecchia e nuova Alitalia, nonostante il notevole abbassamento del costo del lavoro e le agevolazioni fiscali, dimostra come la parola “privilegiati” viene usata solo per avere risonanza mediatica.

 

(Guido Gazzoli)

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