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FINANZA/ 2. Così l’Italia può "cambiare" l’euro

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Come, ad esempio, l’avvitarsi di una economia, la nostra, too big to fail, che neanche sottotortura prova seriamente a riformarsi e a rianimare la sua esangue competitività. O la necessità di un nuovo intervento, simile a quello sulle banche spagnole, per le disastrate banche italiane, con in pancia 400 miliardi di Btp che non possono vendere e zavorrate da imponenti sofferenze che impediscono il finanziamento della crescita. Si pensa non a caso dalle parti di Francoforte a una nuova LTRO. Intanto la velocità di crociera con cui si procede sulle indispensabili riforme dell’architettura dell’euro, in particolare sulla cosiddetta unione bancaria, è pari a quella di un rompighiaccio.

Tutto ciò non deve però meravigliare. Esistono precise ragioni di questa esasperante navigazione a vista dell’Europa e del suo procedere, con evidenti difficoltà, per piccoli passi sempre più pesanti. E paradossalmente queste ragioni coincidono con quelle del bruciante successo iniziale della sua costruzione.

La scommessa (vinta) sottesa ai tre trattati originari (Ceca, Cee, Ceea) confidava in una unificazione più ampia del continente, rispetto ai patti sottoscritti, sulla base del cosiddetto “funzionalismo”. Questo puntava sull’effetto di “trascinamento” dell’economia sull’integrazione dei popoli. L’unità politica sarebbe arrivata comunqueUna sorta di prodotto della provvidenza economica. Illuminanti al riguardo le parole scritte da Jean Monnet: “Le nazioni europee dovrebbero essere guidate verso un superstato senza che le loro popolazioni si accorgano di quanto sta accadendo. Tale obiettivo potrà essere raggiunto attraverso passi successivi ognuno dei quali nascosto sotto una veste e finalità meramente economica, ma che alla fine ed ineluttabilmente porterà alla federazione”.

Non è stato così. E oggi quella trionfale avanzata sulle ali del benessere portato al continente si è fermata proprio perché manca un meta che giustifichi sacrifici e solidarietà. Che li inquadri in un disegno più grande e condiviso. Ciò che occorrerebbe fare nei prossimi mesi è arcinoto: una vera unione bancaria, la totale o parziale collettivizzazione dei debiti sovrani, un bilancio federale con funzioni redistributive e perequative tra le diverse aree del continente. Ma questi non sono fenomeni neutri, in cui tutti vincono allo stesso modo come era al tempo di costruire e manutenere un mercato. Implicano significavi trasferimenti fiscali. Travasi importanti di ricchezza da una tasca all’altra.


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COMMENTI
13/10/2013 - ancora non basta? (Eugenio Bravetti)

non sono ancora sufficienti i danni provocati dall'euro e dall'europa? abbiamo ancora bisogna di ulteriori trattati e vincoli che ci leghino ancora di piu alla causa di tutto questo? quello che ci vuole è una dissoluzione dell'euro e un ritorno alle valute nazionali insieme alla rinascita di una politica economica che si basa su dogmi keynesiani e non neo-liberisti, i quali in ogni parte del mondo dove sono stati seguiti hanno portato solo a disoccupazione poverta ecc ecc.