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FINANZA/ 2. Così l’Italia può "cambiare" l’euro

Dopo il disegno iniziale di un'unità economica, l'Europa non ha fatto altri passi avanti significativi, frenata da troppi interessi di parte. L'analisi di SALVATORE ZANNINO

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Il malato è meno malato. Non è guarito, ma la febbre nei mesi scorsi dava segni di scendere. Dopo le drammatiche terapie intensive somministrate dalla Bce all’euro nelle forme delle note Long Term Refinancing Operations (LTROs) e gli interventi salvavita delle Outright Monetary Transactions (OMTs) che, in combinato disposto con il Fondo salva-stati (l’ESM), hanno letteralmente defibrillato un cuore vicino all’arresto, si è assistito nei mesi scorsi a una riduzione del gap del costo di finanziamento delle Pmi, nell’area euro, tra i cosiddetti paesi core e quelli periferici (tra cui l’Italia).

Compulsando gli ultimi dati della Bce si scopre che il tasso di interesse su un mutuo bancario, sino a un milione di euro, da uno a cinque anni, per una Pmi spagnola, è sceso nel luglio scorso al 5,46% dal picco del 6,5% dell’anno precedente ed è al suo livello più basso dal gennaio 2011. Per l’Italia il valore, nel medesimo mese, si attestava al 5,25% , in declino di un punto secco sul luglio del precedente anno e al suo livello più basso dal settembre 2011. Rimangono sempre numeri sintomatici del persistere di una grave affezione se paragonati al 3,57% della Germania per la medesima categoria di finanziamenti nello stesso mese di luglio. Ma da dicembre 2012 agli ultimi mesi tale costo di finanziamento per l’industria tedesca è rimasto sostanzialmente fermo a fronte dei recuperi sopra descritti dei paesi in difficoltà.

Lo stesso Draghi nei giorni scorsi dichiarava che “per la corretta trasmissione della politica monetaria occorre che la frammentazione del mercato del credito europeo continui a calare”, ma che “l’Eurozona è diventata più resistente”. Guardando infatti alle recenti incertezze politiche della Grecia, del Portogallo e dell’Italia “si vede che in questi paesi l’instabilità mina le speranze di ripresa, ma non pone relativamente pericoli per i fondamenti dell’Eurozona come accadeva pochi anni fa”. “Ciò è dovuto”, ha proseguito Draghi, “a tre motivi: i sostanziali progressi dei governi in termini di credibilità fiscale e, fino a un certo punto, di riforme strutturali; le Omt della Bce e i significativi progressi della governance europea nel 2012”.

Dunque la nave dell’euro, per i motivi indicati (o per altri) non è affondata. Galleggia. Ha schivato l’ultimo iceberg rappresentato dalle elezioni in Germania in cui molti davano l’AFD (il partito che lo vuole spacchettare in più aree economicamente omogenee) in procinto di cogliere risultati clamorosi. Si augura di evitare il prossimo, di dimensioni ragguardevoli, rappresentato dalla sentenza che il Bundesverfassungsgericht è in procinto di rendere sulla compatibilità con la costituzione federale delle OMTs. Scruta l’orizzonte per scorgere nuovi pezzi di calotta ghiacciata che potrebbero entrare in rotta di collisione e minacciarne ancora l’incolumità.


COMMENTI
13/10/2013 - ancora non basta? (Eugenio Bravetti)

non sono ancora sufficienti i danni provocati dall'euro e dall'europa? abbiamo ancora bisogna di ulteriori trattati e vincoli che ci leghino ancora di piu alla causa di tutto questo? quello che ci vuole è una dissoluzione dell'euro e un ritorno alle valute nazionali insieme alla rinascita di una politica economica che si basa su dogmi keynesiani e non neo-liberisti, i quali in ogni parte del mondo dove sono stati seguiti hanno portato solo a disoccupazione poverta ecc ecc.