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FINANZA/ La guerra delle tasse può far "saltare" l'Italia

Pubblicazione:venerdì 18 ottobre 2013

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Insomma, almeno per ora la realtà virtuale non porta più ricchezza, semmai ne distrugge. La sharing economy (affitta la tua stanza in più, dividi il posto in macchina e così via) promette di essere fatale alla sorte di pensioni, tassisti e così via. Che fare? Negli Usa si sta tornando al vecchio mattone. L’America è pronta per un’accelerazione graduale ma potente del settore. Le case pignorate, che pesavano sul mercato, sono state rivendute o demolite. Milioni di famiglie che si sono formate in questi quattro anni hanno dovuto andare in affitto e il costo della locazione, sempre più alto, le indurrà dove possibile a comprarsi la casa. L’ultima cosa che manca, adesso, è la disponibilità di mutui: Janet Yellen provvederà. Sarà in grado l’America di sostenere nel tempo la massa di liquidità che ha inondato i mercati? I tassi a quasi zero non si tradurranno in un boomerang? È una scommessa, più che una certezza. Contro cui il tea party sta facendo una scommessa di segno opposto.

Quel che accade in America non è poi così diverso dai trend politici del Vecchio Continente. Se guardiamo al difficile cammino dell’Unione europea, la Germania, severa guardiana dell’ortodossia monetaria, può essere considerata il campione dei taxpayers, convinti come sono gli elettori tedeschi che il resto d’Europa voglia appropriarsi delle ricchezze d’oltre Reno. Italia e Spagna, compresse nella trappola della deflazione (il costo della vita, pessima notizia, è calato allo 0,5% a Madrid, allo 0,9% in Italia), sono i principali taxtakers. La zona grigia, quella in cui si possono comporre i diversi interessi, è sempre più ristretta. A causa della mole dei debiti che minaccia ogni politica comune. Né si vede una soluzione al problema che non comporti sacrifici per ora intollerabili sia per i prenditori che per i creditori.

In chiave nazionale i problemi non cambiano, anche se in Italia, dove le vie delle rendite e del lavoro (complice l’evasione fiscale e il lavoro nero) sono più intrecciate che altrove, il quadro sembra meno nitido. Ma, alla fine, non è difficile individuare un trend comune: sotto l’incalzare della crisi e di una dinamica demografica (popolazione che invecchia e ha maggiori esigenze di welfare) e tecnologica (redditività in calo, più concorrenza sul lavoro da altre aree del pianeta) le distanze tra taxtakers e taxpayers si allargano. E cresce la forza dei populisti dei due fronti così come la tentazione di far saltare il tavolo (vedi il tea party sul budget federale) invece che cercare un terreno comune di collaborazione.

Come venirne a capo? L’unica speranza sta in una politica strabica, capace cioè di imporre regole severe e intoccabili di rientro dai debiti nel lungo termine, precedute però da un’espansione ragionata nel breve. Vale per l’Ue, che ha ben poco futuro se non si fornirà il reddito necessario a far ripartire l’area mediterranea (il che comporta la creazione di un mercato davvero unico), ma dove è impensabile una politica del genere se con i nostri comportamenti continueremo a giustificare la sfiducia altrui.



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