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Economia e Finanza

ALITALIA/ La privatizzazione di Royal Mail e il coraggio degli inglesi che non abbiamo

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Parallelamente cosa succede nel nostro Paese? Facciamo un passo indietro, sino al 2008, quando Alitalia stava fallendo e probabilmente avrebbe dovuto fallire. Per salvaguardare una presunta italianità del servizio, e probabilmente per interessi elettorali, il governo Berlusconi rifiutò un’offerta di Air France, che al momento era disponibile ad accollarsi gli oneri di un’azienda pesantemente indebitata e perennemente in perdita, con alcune prospettive strategiche di rilancio, più o meno discutibili. Il Governo preferì scorporare l’azienda tra una “bad company” su cui far confluire i debiti, accollandoli al Tesoro tramite la Cassa Depositi e Prestiti (quindi debiti ricaduti sulle teste dei contribuenti italiani) e una “good company” affidata a una cordata di imprenditori italiani (i cosiddetti “capitani coraggiosi”), individuati e selezionati dal Governo sulla base di criteri non chiari e quantomeno discutibili. Tanto discutibili che Alitalia ha continuato inesorabilmente a macinare perdite su perdite nel corso degli ultimi 5 anni e ora si è punto e a capo.

Tra le ragioni di un fallimento annunciato vi è sicuramente la non-decisione di cosa doveva essere Alitalia, del suo posizionamento strategico, il fatto di mantenerla in un limbo senza volerla trasformare in una low cost, ma al contempo senza investire su un piano di rotte intercontinentali a lungo raggio che costituissero una base remunerativa su cui ricostruire la redditività della compagnia aerea. Il modello di business portato avanti da Alitalia si è dimostrato troppo sbilanciato su rotte nazionali e continentali, dove non riesce a sostenere l’agguerrita concorrenza delle compagnie low cost. Fa amaramente sorridere una frase estrapolata da una recente intervista a Il Corriere della Sera di Michael O’Leary, Amministratore Delegato di Ryanair, che su Alitalia dice: “Continuare a volare su rotte dove vende il 30% dei posti con tariffe costosissime, non ha senso. Pensano che 99 euro sia una tariffa low cost, 19 euro lo è”. Senza contare l’impatto della concorrenza da parte di servizi sostitutivi come i collegamenti ferroviari ad Alta Velocità tra Roma e Milano, ad esempio.

Come recentemente sostenuto da un’analisi del prof. Ugo Arrigo dell’Università Milano Bicocca, “con tariffe minori i vettori tradizionali perdono sul breve e medio raggio dei voli interni all’Unione e riescono a guadagnare sul totale della loro offerta solo a condizione di essere presenti con una quota elevata sul lungo raggio”. Osservazioni evidentemente ignorate dai capitani coraggiosi di Alitalia, la cui lungimiranza strategica e industriale è quantomeno da mettere in dubbio. Portando un esempio, spesso si parla delle potenzialità turistiche del nostro Paese: è possibile che con una domanda turistica cinese in crescita e sempre più affamata di Italia, la sedicente compagnia di bandiera non sia in grado di offrire un collegamento diretto Roma-Pechino, almeno bisettimanale?

La vicenda di Alitalia non è altro che l’ennesimo esempio di come l’ingerenza dello Stato e del Governo di turno sia alla radice di decisioni e strategie fallimentari e con ricadute negative sulle spalle di lavoratori e cittadini, utilizzando come paravento una sterile battaglia a difesa di un’italianità ormai senza capitali, destinata a scaricare ulteriori costi sui contribuenti, magari con vantaggi per i soliti (e pochi) noti.