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ALITALIA/ La privatizzazione di Royal Mail e il coraggio degli inglesi che non abbiamo

Secondo SIMONE MORETTI, mentre il governo inglese ha effettuato la più grande operazione di privatizzazione dagli anni ‘90, in Italia lo Stato continua a entrare a gamba tesa nell’economia

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Due paesi, due storie, due approcci nei confronti di un mondo che cambia, due business che si incrociano. In Gran Bretagna il Governo ha recentemente dato il via alla privatizzazione di Royal Mail, le Poste britanniche. Si tratta della più importante privatizzazione dagli anni Novanta ai giorni nostri: due terzi delle azioni collocate saranno destinate a investitori istituzionali come fondi di investimento o fondi pensione, mentre il 10% del capitale verrà distribuito ai dipendenti sottoforma di azioni gratuite. Parallelamente in Italia, è notizia di questi giorni, Poste Italiane parteciperà all’ennesimo e disperato intervento di salvataggio di Alitalia. Ricordiamo che Poste Italiane è formalmente una Società per Azioni, il cui capitale è però detenuto al 100% dallo Stato italiano tramite il ministero dell’Economia. Per quanto si voglia girare attorno alla questione, l’intervento di Poste Italiane, più o meno orchestrato da Palazzo Chigi, si configura come l’ennesimo intervento diretto dello Stato nell’economia. Non per nulla British Airways ha immediatamente invocato l’intervento della Commissione europea, intravedendo nel piano di salvataggio di Alitalia un palese aiuto di Stato contrario alla normativa comunitaria in materia di concorrenza.           
Oltremanica la decisione di una privatizzazione che, come suggerito dal Financial Times “neppure Margaret Thatcher aveva mai osato”, si basa su alcune considerazioni ragionevoli, seppure sia osteggiata dai sindacati e da parte dell’opinione pubblica. Già negli ultimi anni la gestione e l’organizzazione societaria erano state riviste per cercare di rispondere alla forte crescita dei servizi online e alla concorrenza di grandi società estere più strutturate (e con differenti potenzialità di investimenti alle spalle) che hanno aperto il proprio servizio di consegne nel Regno Unito, come TNT (Olanda) e DHL (di proprietà della tedesca Deutsche Post). A tal proposito si consideri che il numero di lettere gestite ogni giorno da Royal Mail è passato da 84 milioni nel 2007 a circa 58 milioni nel 2012.

I cambiamenti tecnologici nel settore, la maggiore pressione competitiva, la necessità di ampliare l’offerta con più servizi agli utenti, hanno fatto sì che la gestione prettamente statale non fosse più sufficiente a garantire in efficienza un servizio concorrenziale. L’apertura ai privati consentirà soprattutto di raccogliere risorse altrimenti difficilmente reperibili e ormai assolutamente necessarie per effettuare nuovi investimenti, che possano garantire la sopravvivenza e lo sviluppo dell’azienda.

In un contesto di questo tipo, come anticipato da Vince Cable, ministro delle Attività produttive britannico, l’operazione «è l’unica che possa garantire la sostenibilità economica di consegne sei giorni a settimana a prezzi accessibili per tutti». Come dire, un passo indietro dello Stato, dopo la dovuta presa di coscienza.