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SPY FINANZA/ La Germania ha scelto come “far fuori” l’Italia

Pubblicazione:martedì 22 ottobre 2013

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Chi dice che lo spread non conta, mente sapendo di mentire: lo spread conta eccome, non fosse altro perché determina l’ammontare degli interessi che un Paese emittente deve pagare sul proprio debito per finanziarlo. Diverso invece è dire che lo spread non conta nulla come indicatore macro-economico e sistemico, in questo caso sono d’accordo. E vi faccio un esempio chiaro: guardate il grafico a fondo pagina. Mette in relazione le sofferenze bancarie spagnole allo spread tra Bonos iberici e Bund tedeschi: visto così, preso per buono, verrebbe da pensare che più il sistema bancario di un Paese è intasato da crediti a rischio e incagli, più il mercato ne premia l’affidabilità, comprimendo lo spread e quindi il tasso a cui finanziare il debito emesso e da emettere. Sappiamo tutti che non è così, però. Le banche sono il motore del sistema economico e produttivo di un Paese, quindi se viaggiano con percentuali di bad loans a doppia cifra solo un pazzo scommette sull’affidabilità loro e della nazione che rappresentano: nessuna economia sana può crescere in un ambiente di erogazione e trasmissione del credito simile, tanto più quella di un Paese a forte vocazione di piccola e media industria. Che sta succedendo, quindi?

In Spagna, le banche hanno raggiunto la cifra record di 247 miliardi di dollari di sofferenze alla fine dello scorso agosto, il 12,12% di tutti i prestiti concessi e un valore del 30% superiore a qualsiasi precedente crisi vissuta in Spagna. In compenso, la creazione del credito continua a implodere, registrando un tonfo del 12,3% di prestiti totali concessi. Insomma, una situazione da mani dei capelli, ma lo spread Bonos-Bund sembra dirci altro, così come i recenti rally dell’indice Ibex a Madrid. Il perché è presto detto: viviamo in un ambiente di mercato drogato. La Spagna, ma anche noi, Italia, nonostante il governo Letta sbandieri lo spread ai minimi da due anni come qualcosa frutto dell’opera dell’esecutivo. Balle. Il nostro spread e quello spagnolo sono bassi perché le banche dei due paesi continuano a comprare debito, sempre di più, sempre più abbondantemente, trasformando i loro bilanci in potenziali bombe a orologeria in caso di attacco speculativo. Non a caso, il Tesoro ha deciso di aumentare le emissioni da qui a fine anno: tanto, il compratore di ultima istanza è garantito, le banche.

Capite da soli che questa è una logica malata, statalista, quando non filo-sovietica: io ti metto un paio di norme a tuo favore nella legge di stabilità per ringraziarti dello shopping sovrano fatto finora, ma tu fai il favore di continuare a comprare. Tanto ci pensa la Bce a finanziare quegli acquisti: le banche al massimo emettono più obbligazioni, lo Stato le garantisce (facendo aumentare il debito pubblico, come puntualmente successo negli ultimi due anni di governi tecnici o simil-tecnici di lacrime e sangue), finiscono come collaterale a Francoforte e il gioco è fatto. Peccato che questa logica perversa potrebbe conoscere in fretta la fine e qualcuno potrebbe farsi davvero del male, cercando di prendere al volo il coltello caduto dal tavolo. Anche perché i crediti non performanti hanno superato in Italia la soglia dei 140 miliardi di euro (+22,3% su base annua), con un tasso annuo di crescita del 31% dal 2008, stando a uno studio di PWC pubblicato ieri e a detta del quale la maggior parte è detenuta dalle prime tre banche italiane (Intesa, Unicredit e Mps).

A luglio di quest’anno, il rapporto delle sofferenze lorde sul totale crediti è salito al 7,2% dal 5,7% nel luglio 2012: ripartito per segmento di clientela, ha raggiunto il 12,9% per le Pmi, l’11,3% per le grandi imprese e il 6% per la clientela retail. Però, nelle prime 20 banche italiane il rapporto di copertura delle sofferenze si discosta significativamente da banca a banca, ovvero dal 38% al 64%, così come l’incidenza delle sofferenze nette sui crediti rispetto alla clientela, dallo 0,7% al 9,6%. I risultati del primo semestre 2013 hanno invece mostrato un aumento del rapporto sofferenze nette da una media del 3,3% nel 2012 a una del 3,6% per tutte le banche, con l’eccezione di Bnl, per la quale i valori sono diminuiti a seguito di una transazione infragruppo.

 


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COMMENTI
22/10/2013 - Lo spread a favore dei potenti di turno. (claudia mazzola)

Come si fa a fidarsi della "borsa" che è gestita e usata a piacemento economico dagli uomini. Se ci basiamo su quella "sporta" stiamo freschi. Per fare andare bene le cose bisogna farsi sù le maniche!